I social hanno stancato: fine dell’illusione collettiva

Più che deludere, hanno stufato. I social sono in calo costante, i grandi influencer sono in declino, il meccanismo dei like e delle condivisioni sembra aver perso il suo fascino. Cosa sta accadendo?
Il passaggio fra il primo e il secondo quarto del secolo sembra segnare un salto epocale dell’infosfera, per usare la felice definizione che Luciano Floridi ha dato dell’universo che si regge sul traffico dei dati e nel quale siamo tutti immersi come in un liquido amniotico.
Le Borse di tutto il mondo sono in fibrillazione e si interrogano se l’Intelligenza artificiale non sia avvolta da una bolla che prima o poi si affloscerà. Intanto sull’Ia si ampliano riflessioni sorprendenti.
Donald Trump, con la concretezza brutale che lo caratterizza, ha posto la questione nel campo degli affari e della politica (per lui sono contigui, se non sovrapponibili) negando i visti di ingresso negli Stati Uniti all’ex commissario europeo Thierry Breton e a quattro operatori tra quelli che puntano a mettere regole alle onnipotenti company. Il più agguerrito tra i leader dei Big tecnologici, Peter Thiel, patron di Palantir, la struttura che domina geopolitica e Pentagono, teorizza addirittura prospettive teologiche e parla di un Anticristo che assumerebbe il potere assoluto se non ci fosse un «gruppo di eletti» (lui fra loro), a sottrarci dal destino apocalittico, a patto però che la tecnica sia libera da ogni controllo. Paolo Benanti, il francescano consulente dei Papi sull’argomento, pone la questione sul piano etico, perché – sostiene – siamo di fronte ad una «metamorfosi tettonica dell’ecosistema digitale» che investe «la natura stessa dell’interazione umana con la conoscenza», un Web «agentico», non più «archivio passivo», ma «flusso algoritmico», e «ambiente dinamico operativo». E questo richiede «una vigilanza etica senza precedenti».
Se il mondo della ricerca e dell’accademia, quello della finanza e del potere, scrutano gli orizzonti più avanzati della Tecnica sovrana, noi poveri navigatori della Rete facciamo i conti con il tempo delle nostre giornate. Scopriamo così che in media trascorriamo due ore e venti minuti al giorno sui social. Lo dice una ricerca statistica promossa dal «Financial Times» e svolta tra gli adulti, dai 16 anni in su, dei Paesi più sviluppati. Non è poco tempo, ma in netto calo rispetto a quanto ne avevamo dedicato nel 2022, anno di massima espansione delle piattaforme social.
Da allora la curva è in discesa, quest’anno del 10%. Il calcolo già esclude i ragazzini, quindi la diminuzione non è dovuta ad eventuali divieti, come quelli attuati dall’Australia, ma ad un nuovo atteggiamento degli utenti. Sembra che a venir meno sia proprio la socializzazione delle piattaforme. Non se ne fa più un uso ricreativo ma una sorta di modo per regolare le nostre emozioni, l’effetto è un misto di insoddisfazione nel paragone con gli altri e di ansia da prestazione. I social sono diventati vetrine, non connessioni tra persone distanti.
Altro elemento che favorisce la disaffezione è un vero e proprio «senso di noia». Hanno stancato i gruppi di paese («sei di Paspardo se...») e quelli di amicizie recuperate. Ridondano i profili organizzati. Nei gruppi di appartenenza politica restano solo i militanti ad alimentare gli scontri. Resiste la curiosità, talvolta proprio la voglia di ficcare il naso negli affari degli altri. Di conseguenza, a prevalere è un’oggettiva perdita di spontaneità nel postare i contenuti: non quel che è ma quel che si desidera (si spera) che gli altri credano.

Ed eccoci all’altro fenomeno che si è consolidato negli ultimi mesi: la crisi degli influencer. Questione che è assai più consistente e pesante del pandoro della Ferragni. Erano prodotti di una legge di mercato: la corsa a sfruttare gli spazi digitali come estensioni virtualmente illimitate delle vetrine reali. Le ricerche dicevano che molti utenti aprivano i social per trovare prodotti da comprare, cercare ispirazione per cose da fare, quindi era inevitabile che qualcuno volesse trasformare l’occasione in affare. Per qualche anno è andata alla grande, ora non più.
Lo spiega il Rapporto del Censis 2025: solo un italiano su quattro pensa che gli influencer siano ancora i divi del momento. Hanno perduto l’aura dell’originalità e della spontaneità. Cresce, invece, un nuovo fenomeno, quello dei micro-influencer, o dei «creator», degli esperti di nicchia che trattano temi specifici e sul loro terreno acquisiscono autorevolezza spontanea.
Medici, psicologi, divulgatori, trainer, chef, casalinghe... Per ora hanno successo, se durerà vedremo. Anche su questo fronte ad avanzare è l’intelligenza artificiale. ChatGpt e Gemini, per dire dei più diffusi, sono in crescita costante e offrono scorciatoie allettanti: stanno sostituendo le ricerche in Google e offrono risposte per ogni domanda, ci rispondono persino con il tono che più ci aggrada. Sempre più connessi e sempre più soli, finirà che rimpiangeremo i vecchi cari social?
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