Harris-Trump, la sfida è in sette stati

I sondaggi lasciano presagire un serratissimo testa a testa. Il tycoon rimane lievemente favorito, ma la vicepresidente è riuscita a rimettere in carreggiata una competizione che con Biden era ormai persa
Il giornalista. Alan Friedman ieri in San Barnaba // newreporter/favretto
 Contendenti. Trump e Harris: per Friedman Kamala è «il male minore»
Il giornalista. Alan Friedman ieri in San Barnaba // newreporter/favretto Contendenti. Trump e Harris: per Friedman Kamala è «il male minore»
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Mancano ormai pochi giorni al 5 novembre, quando gli americani sceglieranno il (o la) loro presidente, oltre a tutta una serie di altre cariche, di ovvia minore importanza, ma tutt’altro che irrilevanti. Sarà molto difficile per i democratici mantenere il controllo del Senato, chiamati come sono a difendere seggi molti complicati, mentre maggiori sono le loro possibilità di riconquistare la Camera.

Quanto alla presidenza, i sondaggi ci indicano una situazione di virtuale parità, con oscillazioni limitatissime e differenze percentuali – a vantaggio di Harris o Trump – che stanno entro i margini di errore.

Con un sistema anacronistico come quello del Collegio Elettorale, tutto si giocherà in pochissimi Stati, appena sette sui cinquanta della federazione. Questi famosi sette «swing States» sono a loro volta scomponibili in tre grandi aree: il Midwest de-industrializzato (Wisconsin, Michigan e Pennsylvania); un pezzo di Sud economicamente più dinamico (North Carolina e Georgia); e un Sud-ovest (Arizona e Nevada) caratterizzato da alcune peculiarità distintive, su tutte la forte concentrazione della popolazione in alcuni grandi agglomerati metropolitani e suburbani (in Arizona vi sono 15 contee, ma in quella di Maricopa, dove sta Phoenix, risiede più del 60% della popolazione; in Nevada le contee sono 17, ma in quella di Clark - dove sta Las Vegas - vive addirittura il 75% dei residenti dello Stato).

Sono, la densità abitativa e la concentrazione della popolazione, due tra i parametri più importanti per misurare e prevedere le scelte degli elettori. La difformità tra come votano le aree metropolitane/suburbane e quelle exurbane/rurali si è ampliata in modo radicale negli ultimi decenni, con le prime sempre più democratiche e le seconde, invece, repubblicane. Assieme a questo, altri tre indicatori sono fondamentali: istruzione, razza e genere (molto meno importanti sono invece reddito od occupazione).

Chiaramente sovrarappresentati tra gli elettori di Trump sono i maschi, bianchi con bassi livelli di istruzione (nel 2020 questo segmento della popolazione, corrispondente più o meno al 20% dell’elettorato attivo, andò circa 70 a 25 a Trump). Come sovrarappresentate tra chi voterà Harris sono le donne: alcuni sondaggi indicano addirittura uno scarto di 35/40 punti, con Trump destinato a vincere 60 a 40 tra gli elettori e uno rapporto simile a favore di Harris tra le elettrici.

I sondaggi, si diceva, lasciano presagire un serratissimo testa a testa. Trump rimane lievemente favorito. Harris è riuscita a rimettere in carreggiata una competizione che, con Biden, era ormai persa. L’entusiasmo generato dalla sua candidatura pare però essersi progressivamente esaurito. Forse, nel contesto iper-polarizzato odierno, vi era un tetto fisiologico oltre il quale non poteva spingersi.

O forse si stanno manifestando delle fragilità sia della candidata sia della leadership del suo partito. La prima fatica quando chiamata a confrontarsi con contenuti di temi, soprattutto economici, che non pare maneggiare bene e con competenza. Il secondo non è riuscito in questi mesi a offrire una risposta coerente e coraggiosa a quel pezzo di suo elettorato che ne critica l’inazione rispetto alla tragedia di Gaza.

Le simulazioni che si fanno sui sette swing States sono plurime ed è anche credibile una vittoria molto di misura, magari un 270 a 268, laddove Harris, come indicano alcuni sondaggi, dovesse vincere solo i tre Stati del Midwest a cui si aggiungerebbe un grande elettore del Nebraska (unico Stato, assieme al Maine, che adotta un sistema differente).

In questa grande incertezza, di una cosa possiamo essere sicuri: che ci vorrà del tempo, una volta chiuse le urne, per avere risultati sicuri, con regole di voto diverse, che variano da stato a stato, e conteggi complessi, destinati quasi inevitabilmente a essere contestati.

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