Tra Vance e Walz prevale il fair play

Quello tra i due candidati alla vicepresidenza, il governatore democratico del Minnesota Tim Walz e il senatore repubblicano dell’Ohio J.D. Vance, è stato forse uno dei migliori dibattiti delle ultime campagne presidenziali statunitensi: in termini di contenuti della discussione, e, anche, di capacità dei due contendenti d’interagire civilmente e con rispetto pur nella monumentale diversità delle rispettive proposte politiche. Meglio, molto meglio dell’ultimo dibattito tra Kamala Harris e Donald Trump, per tacere di quelli precedenti tra quest’ultimo e Joe Biden.
Che cosa ci dice allora questo dibattito e quale rilevanza può avere in questa campagna elettorale? Innanzitutto, ci mostra che è ancora possibile confrontarsi su temi concreti, elaborando risposte articolate senza necessariamente cadere preda della semplificazione demagogica o della volgarità più gretta.
Che il degrado del discorso pubblico e del dibattito politico non è insomma ineluttabile, pur nel contesto di una polarizzazione che tende a radicalizzare le posizioni e ridurre i margini possibili di dialogo e di compromesso. Con stili e registri diversi – più sofisticato, pulito e quasi accademico quello di Vance, più ruspante e all’apparenza genuino quello di Walz – i due candidati hanno affrontato una varietà di temi, criticandosi anche duramente, ma senza mai cadere nelle provocazioni o finanche nelle offese, e trovandosi addirittura d’accordo in alcuni passaggi o invocando quella unità bipartisan ormai sempre più rara e difficile da raggiungere. Hanno, è vero, talora evaso le domande e in alcune occasioni sono stati colti in fallo dalle attente conduttrici, ma quello è in una certa misura fisiologico a questo tipo di confronti
La seconda indicazione che ci viene da questa discussione è in apparente contrasto con la prima. La civiltà e sostanzialità di larga parte del dibattito non può occultare la radicale divergenza di vedute e proposte politiche. Certo, le campagne elettorali incentivano a enfatizzare queste differenze, ma dall’aborto all’immigrazione – temi che in passato potevano trovare mediazioni bipartisan o sulle quali nello stesso partito esisteva comunque una varietà di posizioni – vi è oggi uno iato profondo che non si vede come colmare, non ultimo perché si tratta di questioni che paiono avere assunto una valenza quasi identitaria per le due parti
I sondaggi fatti a ridosso del dibattito indicano che si sia trattato di un pareggio. Vance è parso spesso più a suo agio e, appunto, in grado di offrire risposte più articolate e sofisticate (cosa che non gli fa necessariamente gioco tra il suo stesso elettorato, dove è infatti molto meno popolare di Trump). È caduto, e anche abbastanza malamente, nella domanda sui fatti del 6 gennaio 2021 e sull’azione eversiva promossa da Donald Trump dopo la sua sconfitta elettorale quattro anni fa.
A ricordarci anche l’ipoteca che Trump è riuscito a porre su un partito repubblicano ormai dominato dall’ex Presidente e dal suo entourage, e quanto tossica questa ipoteca sia per la democrazia statunitense.
Walz è partito malissimo con una domanda su una possibile azione preventiva israeliana contro l’Iran che ne ha evidenziato la scarsa familiarità con i temi di politica estera, ma si è poi ripreso riuscendo spesso a trasmettere quel buon senso e quell’impressione di bonomia che hanno indotto Harris a sceglierlo come vice.
Difficile questo dibattito sposti un voto: perché il peso dei vicepresidenti, anche in campagna elettorale, rimane assai limitato; e perché nel quadro polarizzato odierno opinioni, e quindi voti potenziali, si spostano poco o nulla. Ci ha però ricordato che di politica si può in fondo ancora discutere con civiltà, serietà e preparazione.
Mario Del Pero, Docente di Storia internazionale Sciences Po Parigi
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