Al momento non ci sono elementi che facciano pensare al rischio di una nuova pandemia legata all’hantavirus.
La situazione viene monitorata con attenzione, anche perché dopo l’esperienza del Covid la sensibilità delle istituzioni sanitarie internazionali e dei media verso possibili nuove emergenze infettive è inevitabilmente aumentata. Oggi, però, il rischio per la popolazione resta basso. L’auspicio è che, con il passare del tempo e con il controllo dei casi segnalati, anche il livello di allerta possa progressivamente ridursi.
Gli hantavirus non sono una novità: sono virus conosciuti da tempo e tipicamente associati ai roditori, che rappresentano il principale serbatoio dell’infezione. Ne esistono diverse varianti. Tra queste c’è l’Andes virus, diffuso soprattutto in Sud America e considerato più aggressivo, e ci sono ceppi europei generalmente meno severi. Entrambi, però, possono avere conseguenze anche gravi. Nel caso delle varianti europee la mortalità si aggira attorno al 5%, mentre per l’Andes virus può arrivare indicativamente al 30%, perché provoca quadri clinici più pesanti.
Si tratta comunque di dati approssimativi: parliamo infatti di infezioni rare, per le quali non esiste una casistica abbastanza ampia da consentire stime assolutamente precise.
La trasmissione avviene principalmente attraverso urine e feci dei roditori. Quando questi materiali si depositano sulle superfici e si seccano, possono liberare nell’aria particelle contaminate che vengono inalate dalle persone. Il caso tipico è quello di chi entra in ambienti chiusi o poco frequentati – come cantine o magazzini – e, pulendo o spazzando il pavimento, solleva polvere contaminata. Il contagio diretto tra persone, invece, è considerato un evento più raro ed è stato documentato in casi limitati.
Latest update on what we know, what has been done, WHO’s risk assessment and advice on the #hantavirus cluster linked to MV Hondius https://t.co/RwiLH9IXs0 pic.twitter.com/ULXT2MGvRA
— World Health Organization (WHO) (@WHO) May 13, 2026
Quanto verificatosi sulla nave da crociera non mi sorprende: parliamo di un ambiente chiuso, dove molte persone condividono spazi ristretti e ci sono sistemi di ventilazione forzata. Condizioni che, in generale, possono facilitare la circolazione dei virus. Fuori da quel contesto, però, la situazione è diversa e il rischio resta contenuto. Anche perché la variante più aggressiva è associata a una specie di roditori serbatoio non presente da noi.
È corretto che le persone che erano a bordo vengano sottoposte a sorveglianza e monitorate con attenzione nelle settimane successive, così da individuare rapidamente eventuali sintomi.
Oggi, però, abbiamo strumenti diagnostici e protocolli di gestione più efficaci rispetto al passato. Confido nella capacità del nostro sistema sanitario di affrontare correttamente anche questo tipo di infezioni. E sono convinto sia importante non creare allarmismi.
*Rettore dell’Università degli Studi di Brescia e Ordinario di Malattie infettive



