La guerra sui nostri smartphone come in un allucinato videogioco

«Gamificazione» del conflitto, definiscono questa operazione gli studiosi della comunicazione: conta l’effetto, non la sostanza
L'attacco fatale per Khamenei a Teheran - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'attacco fatale per Khamenei a Teheran - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Non una Terza guerra mondiale a pezzi, ma pezzi della Terza guerra mondiale, sono quelli che vediamo sui nostri schermi. Eppure la reazione che prevale è straniante. Conseguenza diretta della rivoluzione tecnologica e del suo incontenibile dilagare di video e immagini, post e slogan.

Tutto vero o tutto falso? Che cosa stiamo vedendo di questa guerra che tra le basi del Negev e degli Emirati, tra le portaerei e le città della Persia, si va allargando dal Golfo a Cipro? Vediamo missili e droni intercettati nei cieli di Tel Aviv, depositi di petrolio in fiamme e cieli plumbei a Teheran, navi bloccate a Hormuz, palazzi sventrati a Beirut e fiamme e fumo che si alzano dietro i grattacieli di Doha e Dubai. Riprese dalle finestre degli alberghi e video postati sui social.

Poi ci sono le immagini diffuse dai comandi militari israeliani e statunitensi. In bianco e nero, inquadrature dall’alto che diventano man mano più nitide: il puntatore si restringe e una nuvola di polvere sul suolo fa capire che l'obiettivo è stato distrutto. Quante volte sono passate, in questi giorni, le immagini della distruzione del compound dell’ayatollah Ali Khamenei la mattina dell’attacco a Teheran? Sono immagini che più scorrono e meno coinvolgono. Hanno la freddezza del videogioco. Sembrano frutto di una meccanica inevitabile: è l’algoritmo dell’intelligenza artificiale più sofisticata ad incrociare i dati raccolti da terra e dal cielo, a mettere in linea ogni dettaglio e a premere il pulsante nell’istante preciso.

La residenza della Guida Suprema dell'Iran Alì Khamenei distrutta - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La residenza della Guida Suprema dell'Iran Alì Khamenei distrutta - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Vista così, passa anche l’idea che le bombe davvero possano essere intelligenti e le distruzioni chirurgiche. Se fanno strage in una scuola o in un ospedale, sono solo effetti collaterali. Chi li diffonde, questi video, ha due obiettivi precisi: mostrare la propria potenza e dimostrare che può usarla fino all’eliminazione di ogni ostacolo. Usa gli strumenti di oggi per mettere in campo una strategia di sempre: attaccare e terrorizzare.

Stavolta c’è una deriva in più. Se la guerra può apparire un videogioco, qualcuno ha pensato che i due mondi, quello reale e quello fantasy, si potessero mischiare per avere effetti speciali più efficaci. Anche per questo «Epic Fury», com’è stata chiamata la campagna di guerra contro l’Iran, entrerà negli annali. Video rapidi, al massimo durano poco più di un minuto, con caccia che decollano, missili che sfrecciano e bersagli che esplodono: frenetici gli attacchi, a rallentatore le esplosioni e i loro effetti devastanti. Il più visto – 58 milioni di volte in due giorni – inizia con scene del videogioco «Call of Duty», ha la musica di un rapper a dare il ritmo e una voce profonda che rassicura: «Stiamo vincendo questa battaglia».

I video prendono a man bassa dai film d’azione: Top Gun, Iron Man, Superman, Gladiator... Fuoco, fiamme e vittoria garantita. Wargames, meme e personaggi d’animazione: ce ne sono di pochi secondi per TikTok, e un poco più lunghi per Instagram, YouTube già richiederebbe troppo tempo. A crearli e postarli è la Casa Bianca sui suoi profili ufficiali con finalità facilmente intuibili: a sostegno d’una guerra che l’opinione pubblica americana non vuole si scatenano a raffica messaggi emozionali esaltanti.

Nessuno sforzo di spiegare le cause del conflitto, o chi è l’avversario, anche solo per sostenere le ragioni che hanno portato all’attacco. Il cuore del messaggio è uno solo, granitico: vinceremo perché siamo i più forti. «Gamificazione» del conflitto, definiscono questa operazione gli studiosi della comunicazione. Inutile cercare agganci con la realtà, quasi tutte le scene sono montate usando immagini che nulla hanno a che fare con l’Iran e la guerra in corso. Conta l’effetto, non la sostanza.

«Disgustoso e immorale», per dirla con il cardinale Blase J. Cupich, l’arcivescovo di Chicago che contro questi video ha avuto parole durissime, assieme ad altri due cardinali cattolici americani, Robert McElroy di Washington e Joseph Tobin di Newark. Sostenuti dalla «profonda costernazione» per quel che accade, espressa da papa Leone XIV, hanno provato a mettere in ordine le ragioni della loro amarezza. I primi ad «essere disonorati da quei post sui social media» – sostengono – sono gli stessi soldati americani, che conoscono la durezza della guerra. E davanti a tanta sofferenza – aggiungono – non è accettabile «dare prevalenza all’intrattenimento e al profitto rispetto all’empatia». Perché «ogni colpo non è mettere punti su un tabellone, è una famiglia in lutto la cui sofferenza ignoriamo».

Dice ancora il cardinal Cupich: «Una vera guerra, con vera morte e vera sofferenza, trattata come se fosse un videogioco... una rappresentazione terrificante». La guerra «non è un video da sfogliare mentre siamo in coda al supermercato» o «nel salotto di casa». Il numero delle visualizzazioni sembra però dar ragione a chi li ha postati, quei video: la guerra su schermi e smartphone ottunde l’empatia, suscita curiosità, stupore più che dolore. «Il mondo crolla e noi scrolliamo» dice una scritta in inglese apparsa in questi giorni sui muri d'una città europea e rilanciata dai quotidiani di mezzo mondo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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