La guerra che spaventa Erdogan: il dilemma turco in Medio Oriente

La notizia dell’attacco degli Stati Uniti all’Iran, deve essere stata per il presidente turco Recep Erdogan ben peggiore di quella dell’avvio dei bombardamenti da parte di Israele. Il motivo è semplice. La conduzione della guerra da parte di Tel Aviv non aveva implicazioni dirette per la sicurezza turca, mentre la mossa inaspettata di Trump, dovremo sempre più aspettarci l’inaspettabile dal presidente Usa, la mette a rischio. Ankara teme il diretto coinvolgimento militare degli Stati Uniti, in quanto farebbe entrare la Turchia nelle ritorsioni dell’Iran per via della base radar di Kürecik, sede del sistema di allerta precoce della Nato.
Secondo voci iraniane, immediatamente seguite dell’ovvia smentita governativa, la base contribuirebbe, infatti, a intercettare i droni e i missili lanciati contro Israele. La questione Kürecik non è nuova. Da quando Ankara, nell’ambito degli impegni Nato, ha accettato di ospitare il radar nel 2011, Teheran ha a più riprese condannato l’iniziativa, con accuse di capitolazione di fronte agli interessi occidentali e israeliani. I militari iraniani avevano a lungo avvertito di considerare Kürecik come uno dei primi obiettivi in caso di conflitto.
Ora, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, questa prospettiva si concreta in una diretta minaccia al territorio turco. Forse aspettandosi l’inaspettabile da Trump, giusto alla vigilia dell’attacco Usa, Erdogan, dopo aver descritto gli attacchi di Israele «terrorismo di stato», aveva toccato il punto nodale: «la Turchia aumenterà le proprie difese a un livello tale per cui nessuno prenderà nemmeno in considerazione di attaccarci». In realtà già da tempo il Paese dispone di un sistema di difesa aerea denominato Steel Dome. Per via del progressivo aggravarsi della situazione medio-orientale ne sta potenziando le capacità, rafforzando la sicurezza dello spazio aereo con una tecnologia nazionale. Aprendo una parentesi, viene da chiedersi cosa si stia facendo in Europa per dotarsi di un simile scudo, chiusa la parentesi.
Questi sono i timori diretto prodotto del nuovo attore nella guerra Israele-Iran. Ve ne sono, tuttavia, altri e di non poco conto, legati alla guerra in atto. Non è solo questione di sicurezza da attacchi militari, ma di sicurezza energetica e di tenuta sociale. L’Iran non è un partner marginale nei fabbisogni energetici della Turchia. Fornisce il 16-20 per cento del gas naturale, a seconda dei mesi. La guerra, con i possibili sabotaggi ai gasdotti, resi ora ancor più probabili, destabilizzerebbero la fragile economia turca. L’Inflazione viaggia ancora al ritmo del 35 per cento su base annua, i tassi d’interesse vanno di conseguenza.
Tagli alle forniture di gas avrebbero effetti negativi sia sulla produzione industriale, anche per via di possibili blackout, sia sulle bollette domestiche. Inevitabilmente l’inflazione risalirebbe. Ne potrebbero seguire tensioni sociali. Vi è poi la questione migratoria, già tesa per via dei rifugiati siriani. Il confine turco-iraniano è lungo 650 km. È permeabile, nonostante il rafforzamento, con la costruzione di mura, a seguito della crisi afghana. Ora vi è il pericolo di nuovi flussi migratori, questa volta di iraniani in fuga dalla guerra. Tra questi Ankara teme la presenza di terroristi legati al Pkk, cui l’Iran ha dato a suo tempo rifugio, ma pure di elementi del fondamentalismo islamico.
Il retropensiero di Erdogan, dopo l’attacco israeliano, potrebbe non essere stato differente dal quello del cancelliere tedesco Friedrich Merz: Israele ci sta facendo il gioco sporco. Plausibile non si dispiaccia di un Iran indebolito, per via delle sue mire per una Turchia massima potenza regionale. Forse il tutto sta sfuggendogli di mano. Ora si trova con un Iran ostile, potrebbe costar caro a lui e al Paese. Qualcuno potrebbe attaccare la Turchia, scudo d’acciaio nonostante.
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