Opinioni

I possibili effetti della guerra con Israele sul regime iraniano

Per il ministro degli esteri Araghchi «basta una telefonata da Washington per mettere a tacere qualcuno come Netanyahu». Il quale rilancia: «Eliminare Khamenei porrebbe fine al conflitto»
I funerali di alcuni civili iraniani uccisi in un attacco aereo israeliano a Khoramabad - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
I funerali di alcuni civili iraniani uccisi in un attacco aereo israeliano a Khoramabad - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
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È stata una lunga serie di fatti tra loro concatenati a spingere Benjamin Netanyahu a cogliere un’opportunità difficilmente predittiva: quella di attaccare in profondità la Repubblica Islamica il 13 giugno scorso. Non una prova di forza, né un’operazione dimostrativa. Tantomeno un’azione fatta per saggiare le difese, soprattutto quelle aeree di Teheran. Ma un vero e proprio conflitto tra Stati sovrani, tra due delle principali potenze della regione, che paradossalmente combattono per lo stesso fine: la sopravvivenza dei loro regimi politici.

Per Israele quello degli Ayatollah ha sempre rappresentato una minaccia vitale alla sua sopravvivenza, minata ancor di più, nell’ottica di Netanyahu, dalla scoperta nel 2003 di un programma nucleare per scopi militari, il cui sviluppo aveva ripreso forza durante gli anni Ottanta con l’ausilio del Pakistan e poi della Russia. Per l’Iran, oggi, la sopravvivenza del regime è legata al fallimento del primario obiettivo strategico israeliano: l’abbattimento del regime islamico. Con il collasso della Repubblica Islamica lo Stato ebraico potrà finalmente avvertire un senso di minore vulnerabilità, sentimento che lo caratterizza e pervade dal giorno successivo alla sua fondazione, avvenuta il 14 maggio del 1948. Già perché nell’ottica israeliana, l’Iran khomeinista non è che l’ultimo tassello, il più importante, il finanziatore e il sostenitore dei gruppi militanti antiebraici e anti israeliani: da Hamas, a Hezbollah, agli Houthi.

Con la distruzione selettiva di Gaza e il forte indebolimento di Hamas, ma soprattutto con la destrutturazione di Hezbollah, conseguita oltre con azioni belliche e di intelligence, anche con l’uccisione del suo leader Hassan Nasrallah lo scorso settembre, Israele si è liberato dal pericolo di essere attaccato su più fronti. Un’offensiva dal Libano e, contemporaneamente dall’Iran, avrebbe potuto provocare la saturazione delle difese israeliane, consentendo a un significativo numero di missili e droni di colpire le città, mietendo moltissime vittime tra la popolazione civile. Se si esclude la superficie del deserto del Negev, la densità abitativa di Israele infatti è tra le più elevate al mondo. Neutralizzato il Partito di Dio, il pericolo di incursioni su più fronti è stato scongiurato e ha consentito alle forze israeliane di concentrarsi verso un unico obiettivo, non avendo più nemici alle spalle.

Un ulteriore elemento importante è stata la caduta del regime siriano di Bashar al Assad, alleato riconoscente dell’Iran (e della Russia) per averlo salvato dall’ISIS. La fragilità sistemica che caratterizza oggi il Paese ha reso lo spazio aereo siriano facilmente vulnerabile e ciò ha rappresentato un corridoio fondamentale per condurre un’offensiva in profondità, arrivando a colpire addirittura la città di Mashhad, il punto geografico più distante da Israele, segnando un precedente eclatante in termini di capacità operativa e autonomia delle forze aeree di Gerusalemme. Sulla base di questi fatti Netanyahu ha colto quella finestra di opportunità militare, ma anche politica, data dall’ultimatum che due mesi fa Trump aveva imposto all’Iran per concludere un accordo verso il quale gli Stati Uniti si erano ritirati nel 2018.

Ogni guerra minaccia la sopravvivenza del governo. Anche in caso di vittoria: Churchill perse le elezioni nel 1945. Ora tutto il potere degli Ayatollah è minato dall’andamento delle fasi belliche che registrano novità e cambi di scenario di ora in ora. Chiaro tuttavia appare il disegno strategico di Netanyahu, volto ad abbattere l’autocrazia degli Ayatollah. Dopo la decapitazione dei quadri dei Pasdaran, accuratamente pianificata da tempo, e il bombardamento del Comando delle Forze di Polizia, il regime è certamente più debole. Non stupisce dunque che Khamenei abbia dato l’ordine di organizzare pattuglie posti di blocco ai Basij, milizia paramilitare impiegata per la repressione interna e il controllo sociale. Segno che il timore di rivolte interne sia alto, ma soprattutto è una decisione che intacca quel comune valore fortemente nazionalista che caratterizza i persiani e che avrebbe potuto fare da collante per il sistema o per ciò che rimane. Nel 1979 l’elemento che decretò il successo della rivoluzione fu rappresentato dalla decisione delle Forze Armate di dichiararsi neutrali, rifiutandosi di reprimere la sollevazione popolare e accelerando la caduta definitiva della monarchia. Era l’11 febbraio. Lo Shah aveva lasciato il paese da quasi un mese.

Oggi si parla insistentemente di un salvacondotto per Ali Khamenei. La sua fuga lascerebbe l’Iran nelle mani dei militari senza quadri, con lo spettro incombente di una guerra civile. Potrebbe emergere in maniera palese la differenza esistente all’interno della struttura di potere iraniano: gli ultraconservatori fedeli alla Guida Suprema e il Governo moderato di Pezeshkian. In un’intervista alla Abc, invece, Netanyahu ha dichiarato che l’eventuale eliminazione della guida suprema dell'Iran «non peggiorerebbe il conflitto, ma vi porrebbe fine». Alla luce degli ultimi bombardamenti, ciò che si può auspicare è che il governo iraniano, con senso di responsabilità e istinto di autoconservazione, possa valutare la possibilità di riaprire il canale del dialogo diplomatico, come implicitamente suggerito dal ministro degli Esteri Araghchi: «Basta una telefonata da Washington per mettere a tacere qualcuno come Netanyahu», ha scritto nel tardo pomeriggio su X.

L’eventuale accettazione di una soluzione negoziale, sebbene parziale e temporanea, risulterebbe sì insoddisfacente sia per l’ala più intransigente dell’apparato militare, (Pasdaran), sia per Netanyahu, ma una tale opzione potrebbe costituire un passaggio necessario per scongiurare il prosieguo delle operazioni, preservare la stabilità interna e riattivare margini di manovra all’interno di un sistema multilaterale sempre più in crisi.

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