L’accordo con l’Iran è a un passo, continua a sostenere Donald Trump. E però rimane sfuggente nei tempi e opaco nei possibili contenuti. Cosa vogliano entrambe le parti è in una certa misura chiaro: la fine degli attacchi israelo-statunitensi e una qualche garanzia di sicurezza, l’Iran. La riapertura dello stretto di Hormuz – collo di bottiglia cruciale delle catene di valore globali – e il ripristino del fondamentale flusso di materie prime che escono dal Golfo Persico, gli Stati Uniti. Come chiare sono le risorse di cui Washington e Teheran dispongono per infliggere un danno significativo all’avversario: una superiorità militare che permettere di devastare le infrastrutture dell’Iran, e finanche di decapitarne la leadership, nel caso degli Usa; la capacità di socializzare globalmente i costi del conflitto, facendoli entrare direttamente nelle tasche dei cittadini-elettori americani, in quello dell’Iran.
Cosa si frappone allora a un accordo? E quali potrebbero esserne i contenuti? Alla seconda domanda si può rispondere con delle robuste congetture. È inimmaginabile, innanzitutto, che questo accordo si caratterizzi per contenuti dettagliati e onnicomprensivi. Ci vollero due anni di complessa diplomazia multilaterale, la risoluzione di mille questioni tecniche e l’accettazione, comunque, di non poche isole di ambiguità per giungere a quello del 2015 sul nucleare iraniano.
Oggi i tempi, la volontà politica e, anche, la perizia diplomatica sembrano invece mancare. E ciò che si può attendere è, al meglio, un accordo in preparazione a un accordo. I cui termini sarebbero vaghi, opachi o addirittura omissivi su diverse questioni. Una dichiarazione d’intenti, in altre parole, che soddisfi le condizioni vitali delle due parti in una sorta di baratto tra la riapertura di Hormuz e la fine dei bombardamenti.
Un compromesso, questo, propedeutico tanto all’ottenimento di un concreto risultato immediato quanto alla prosecuzione del dialogo. E proprio questi contenuti parziali e indeterminati rappresentano il primo ostacolo. Perché lasciano alcune questioni irrisolte, a partire dal programma nucleare iraniano. Perché alimentano una diffidenza reciproca che storicamente costituisce uno dei principali impedimenti al dialogo diplomatico. E perché, infine, sui termini circoscritti del baratto sicurezza/Hormuz vaghezze non possono invece esservene: per rassicurare i mercati, preservare la credibilità delle due parti e, appunto, continuare il dialogo.
Accanto a questo ostacolo, ve ne sono altri assai più tangibili. Il più importante è rappresentato ovviamente da Israele. Che non vuole l’accordo e, con le sue azioni in Libano, molto ha fatto per cercare di boicottarlo.
Trump non è la marionetta di Netanyahu, per quanto a molti piaccia crederlo. È invece parte di una relazione speciale e quasi osmotica tra le due destre, statunitense e israeliane. Nella quale la volontà di rilanciare gli attacchi e la speranza di dare un colpo decisivo a Teheran rimangono forti. E dove, negli Usa, i falchi contrari a qualsiasi accordo – dentro l’amministrazione, al Congresso e tra potenti donatori del partito repubblicano – non sono stati ancora silenziati.
Ci si muove insomma su di un filo. Dove il confine tra una pace, per quanto fragile e precaria, e il ritorno della guerra è assai sottile. Ma dove se vi è un motivo di speranza, questo è rappresentato proprio dalla diffusa consapevolezza dell’assurdità di questo conflitto, come confermano gli stessi sondaggi negli Usa, osteggiato ormai da quasi il 70% degli americani, incluso un numero crescente di elettori repubblicani.
Mario Del Pero, docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi




