Le grandi manovre delle forze centriste

Il «centro» è il luogo politico più cercato e invocato in questi anni di polarizzazione e nello stesso tempo il più evanescente
Carlo Calenda e Antonio Tajani - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Carlo Calenda e Antonio Tajani - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Ma c’è davvero un futuro per il «centro», il luogo politico più cercato e invocato in questi anni di polarizzazione e nello stesso tempo il più evanescente, nonostante i tanti e vani tentativi di ricostruirlo. Anche ora sono in atto tali tentativi: alla ribalta c’è quello che riguarda Carlo Calenda.

Il leader di Azione è andato ad una manifestazione di Forza Italia per dire due cose: primo, che sarebbe «felicissimo» se ci fosse «spazio per lavorare insieme», ma - secondo - che un simile lavoro non potrebbe mai coinvolgere la Lega sovranista di Salvini.

Sempre più lontano dal Campo Largo, considerato come un riserva indiana di estremisti reduci dagli anni ’70, Calenda sembra proporsi per un cambio nella coalizione di centrodestra per la prossima legislatura: fuori Salvini, dentro Azione che dialoga con Fratelli d’Italia e si trova in sintonia soprattutto con la Forza Italia di Antonio Tajani, partito liberale, riformista, europeista e, finché sarà possibile, anche atlantista. Del resto è fatale che un partito dichiaratamente di centro che raggiunge l’8-9 per cento dell’elettorato possa attrarre, man mano che il berlusconismo diventa un ricordo sempre più vago, le formazioni più piccole – ma non meno indispensabili – come quella messa in piedi da Calenda.

Il quale però, escluso Matteo Renzi, allarga il suo tentativo di dialogo «centrista» anche ai riformisti del Partito Democratico, obiettivamente sempre più a disagio in un partito come quello di Elly Schlein alleato del M5s di Giuseppe Conte e del duo Bonelli&Fratoianni. Certo è difficile immaginare democristiani di sinistra come Graziano Delrio a braccetto con un ministro «azzurro», semmai potrebbero essere più sensibili al richiamo che arriva da Ernesto Ruffini e dal suo «PiùUno» che piano piano e molto sottotraccia sta mettendo radici in giro per l’Italia per far rinascere un nuovo Ulivo.

In ogni caso si capisce che sono possibili scomposizioni e ricomposizioni: si pensa già alle elezioni del 2027 e alla prossima legislatura. Domanda: quanto potrà durare l’alleanza con Salvini da parte di Tajani, che polemizza con lui un giorno sì e l’altro pure, e della stessa Meloni cui Salvini vuole portare via il patrimonio elettorale di destra sovranista, trumpiana e filoputiniana o quantomeno anti-Zelensky? E ancora: quanto possono resistere i riformisti e moderati del Pd (molti ex popolari o ex Margherita) in un campo largo che si sposta sempre più a sinistra, la cui agenda è dettata da Conte più che da Schlein?

In ballo c’è un elettorato potenzialmente molto vasto ma anche molto deluso – non a caso attualmente incline soprattutto all’astensionismo – che desidererebbe una politica affidabile, non urlata, gestita da personalità competenti e non improvvisate, non avventurista, che tagli da una parte la sinistra-sinistra e dall’altra la destra-destra. Molto influirà la riforma della legge elettorale che potrà agevolare o frenare queste dinamiche in atto e su questo bisognerà vedere che intenzioni ha Giorgia Meloni: lo sapremo dopo l’esito del referendum sulla giustizia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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