I giovani, la speranza e l’invito del Papa ai pellegrini del giubileo

In questi giorni la Chiesa celebra il Giubileo dei Giovani. Papa Leone XIV, rivolgendosi a loro al termine della messa di inizio di questo particolare Giubileo, ha detto: «Speriamo che tutti voi siate sempre segni di speranza nel mondo». In effetti, quando si pensa alla gioventù, viene consueto ed immediato immaginarla come segno di speranza. Più difficilmente ci si ferma a pensare di quale speranza essi possano essere segno.
Che la giovinezza sia espressione di speranza fu convinzione anche del grande filosofo Aristotele il quale, nella sua «Retorica» pieni di speranza». A commento di questa convinzione dello stagirita, san Tommaso d’Aquino, nella sua «Somma Teologica» notava che sono tre i motivi per cui la speranza può essere considerata particolarmente affine alla giovinezza.
In prima istanza, la speranza abbonda nei giovani perché è una virtù rivolta al futuro. Siccome chi è giovane ha davanti a sé tutta la vita, vive di speranze. Diversamente, chi è anziano vive di ricordi poiché è nel passato che si colloca il maggior tempo della sua esistenza. In secondo luogo, la speranza è la disposizione a conseguire obiettivi ambiziosi ed impegnativi. Per questa ragione, essa è riscontrabile nei giovani in quanto sono pieni di spirito di sfida e di animosità. Infine, chi è giovane manca di esperienza e, quindi, non ha ancora incontrato molti ostacoli nella vita. Questa è una condizione che facilità l’aver speranza: l’inesperienza, infatti, tende a non far perdere l’entusiasmo nel conseguire ciò che si spera.
Simili argomentazioni sono certamente espressione di buon senso umano. Tuttavia, san Tommaso ricorda anche, sempre commentando Aristotele, che le naturali disposizioni della gioventù verso la speranza potrebbero essere quelle degli stolti e degli ubriachi. Infatti, la speranza a cui egli fa qui riferimento non è la virtù teologale della speranza, ma solamente la speranza come passione umana. Perciò, anche il beone e lo sciocco sottovalutano gli ostacoli presi dall’entusiasmo verso il futuro.

Detto ciò, per decodificare il significato del saluto del Papa ai giovani non pare sufficiente soffermarsi sulla considerazione della speranza come naturale passione dell’anima, sebbene essa sia particolarmente visibile nei giovani. È probabile che il Sommo Pontefice – con qual suo «speriamo» di inizio frase – abbia inteso invitare i giovani ad esser segno della speranza tipicamente cristiana, ovvero della virtù della Speranza teologale.
Similmente alla passione, anche la virtù della speranza è rivolta al futuro, ma alla beatitudine eterna di cui possono godere i beati in Paradiso. In che senso questa virtù, che è dono di Dio, può animare la vita di un giovane? Non si potrebbe, piuttosto, pensare che la speranza del Paradiso lo distolga dall’impegnarsi per rendere questo mondo migliore? Che senso avrebbe lottare con gioia ed entusiasmo per essere segni di una speranza che è rivolta ad un altro mondo?
Questa legittima obiezione andrebbe inquadrata ponendosi un interrogativo di questo tipo: «In che cosa vale la pena sperare». Il filosofo Kant ritenne questa una delle tre fondamentali domande dell’esistenza, tra tutte la più importante. In risposta, sempre san Tommaso suggerisce che non è conveniente riporre la propria speranza negli uomini. Consideriamo solo per un attimo le guerre e le malvagità di cui la cronaca ci informa ogni giorno e non sarà difficile dargli ragione.
A suo giudizio, la Speranza teologale è la virtù tipica del viandante che può desiderare di ottenerla per Grazia di Dio durante l’arco di tutta la sua esistenza, proprio perché non ce l’ha. «La speranza è la virtù di chi non ce l’ha» affermò anche Walter Benjamin.
In quest’ottica il precedente dubbio sulla virtù della Speranza si ribalta: che cosa può facilitarne l’esistenza in un mondo che tende a far disperare soprattutto i giovani?
Forse, l’invito di papa Leone XIV può essere un monito in tal senso: speriamo che, voi giovani, incontrando la Grazia di Cristo, possiate essere segno della sua Speranza in questo mondo che ne ha tanto bisogno proprio mentre suppone che sia saggio farne volentieri a meno.
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