Il Giorno della memoria in tempi di confusione

Nulla nella storia dell’uomo è irripetibile, neppure le più mostruose gesta: ricordarselo, almeno una volta l’anno, forse non è inutile
La fiaccolata della memoria a Brescia - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
La fiaccolata della memoria a Brescia - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
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Giornata della memoria, Shoah, sionismo, antisemitismo... Gaza, terrorismo, stragi... Cisgiordania, coloni, occupazione... Campi minati, terreno sdrucciolevole, luoghi in cui entrare con cautela, in punta di piedi. Argomenti dove certezze e ambiguità s’ingarbugliano e dove orientarsi è complesso.

La Giornata della memoria nasce per non scordare che la Shoah è una delle manifestazioni del male assoluto. Lo è ancora oggi, non solo «è stata», perché l’orrore non viene cancellato dal tempo che passa. Lo sterminio degli ebrei in quanto ebrei è la questione, e non può essere messa in secondo piano da nessun’altra situazione, per quanto drammatica. Nessun orrore di oggi può mettere in discussione il male assoluto della Shoah.

La poetessa Edith Bruck - © www.giornaledibrescia.it
La poetessa Edith Bruck - © www.giornaledibrescia.it

Ma che senso ha celebrare la Giornata della memoria di questi tempi? Oggi che persino Edith Bruck, novantaquattrenne poetessa polacca che vive a Roma, sopravvissuta ad Auschwitz dove ha perduto un fratello, la mamma e il papà, che ha passato la vita a raccontare l’orrore dei lager, dice di «non amare questo giorno».

«Per me ogni giorno è il 27 gennaio», dice, spiegando che Auschwitz è entrato nella sua vita, nella sua pancia, nella sua mente. «Ed è lo stesso – aggiunge – per quanto sta capitando adesso»: l’antisemitismo che non muore mai, le guerre, le violenze, il razzismo, le ingiustizie, «il fatto che l’uomo non abbia imparato nulla dal passato».

La Giornata della memoria non può essere svincolata da quanto accaduto prima di Auschwitz – le leggi razziali, il nazismo e fascismo che hanno cavalcato un odio maturato da secoli – e da quel che è successo dopo, che ancora succede. Ed è su questo terreno, fra la rivendicazione della Shoah come aura di martirio, e l’antisemitismo rimontante, che il cammino diventa insidioso. Dice ancora Edith Bruck: «Non si può usare la Shoah per perseguitare gli altri».

Nel nome della Shoah non si può pretendere immunità, neppure contro i nemici più acerrimi. Ma neppure, di contro, è lecito, per protestare su quanto accade in Israele, legare tutti gli ebrei nello stesso fascio e dare nuove forme all’armamentario becero dell’antisemitismo mai scomparso.

Fenomeno da non sottovalutare: è in crescita in ogni parte del mondo e non lo si può semplicemente spiegare, se non addirittura giustificare, come reazione alla distruzione di Gaza e alle violenze dei coloni in Cisgiordania.

Gli israeliani, in buona parte, non accettano critiche, ritenendole un sostegno nei fatti a chi minaccia l’esistenza stessa di Israele. C’è chi poi, strumentalmente, traccia il parallelismo: pro-Pal uguale a complicità con Hamas. Di contro c’è chi accorpa in un sol disegno ebrei, israeliani, sionisti, coloni e messianici, per giustificare l’odio contro tutti loro e il terrorismo palestinese.

Le semplificazioni sono la leva della polemica, dentro e fuori il Medio Oriente. Qualche distinzione invece andrebbe fatta, perché la Memoria della Shoah è dovere imprescindibile per chi vuole non accada mai più, l’antisemitismo non può mai avere giustificazioni, ma non tutte le critiche ad Israele sono antisemitismo.

Criticare l’attuale Governo di Netanyahu non è antisemitismo, perché metà degli stessi israeliani la pensa diversamente da lui e sul suo modo di attuare il progetto sionista. Neppure criticare il sionismo, cioè l’idea che solo uno Stato ebraico possa proteggere gli ebrei dalle persecuzioni, è di per sé antisemitismo, perché non pochi tra gli stessi ebrei respingono l’attuazione integralista di quell’ideale.

Essere critici, anche radicalmente, nei confronti di Netanyahu e dei suoi ministri, dei coloni e del loro estremismo, non significa automaticamente essere né antisionisti né antisemiti. Ma non significa neppure diventarlo, antisemiti, prendendo a pretesto quelle critiche. Queste distinzioni potrebbero aiutarci a sfuggire dalla logica di chi giustifica azioni tremende ammantandosi di simboli identitari.

Dalla parte degli israeliani come dalla parte dei palestinesi sono stati compiuti errori, ingiustizie e violenze al punto che su entrambi i fronti c’è chi predica la necessità di «vivere con la spada in mano». Ma davvero è inevitabile? Non si può credere, invece, nel giusto diritto di Israele a vivere in sicurezza e nell’altrettanto giusto diritto dei palestinesi di essere liberi a autonomi? I diritti di entrambi vengono tuttavia offuscati da chi confonde i piani, anche nelle piazze europee.

La violenza forse spiega gli stati d’animo, ma non giustifica altra violenza. Anzi, proprio a noi europei, anche per le responsabilità storiche che la Giornata della memoria ci ripropone, sarebbe chiesto di essere equilibrati nei giudizi, anche senza sottovalutare gli orrori perpetrati, senza perdere di vista il futuro e come lo si vorrebbe costruire, senza invocare ritorsioni e vendette. Favoriremmo davvero dialogo e approdi di pace.

La Giornata della memoria oggi acquisisce motivazioni più forti. Non molto tempo fa veniva guardata ormai come inutile reperto del passato. Perché andare «in gita» ad Auschwitz? Perché rievocare atrocità di un tempo ormai lontano e irripetibile? Così si diceva.

Ecco: drammaticamente, nulla nella storia dell’uomo è irripetibile, neppure le più mostruose gesta. Ci sarà sempre chi pensa che il «tanto peggio tanto meglio» sia la «soluzione finale» dei problemi. La logica del capro espiatorio è sempre dietro l’angolo. Neppure chi è stato vittima è immune dalla tentazione di diventare carnefice. Ricordarselo, almeno una volta l’anno, forse non è inutile. Per tutti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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