Opinioni

Come combattere la ferocia del male

Fare memoria e rimuoverla sono aspetti opposti della stessa medaglia: una conserva ma l’altra non cancella, caso mai allontana
La fiaccolata della memoria a Brescia - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
La fiaccolata della memoria a Brescia - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it

Nell’annuale giornata della memoria serve rimettere in campo la funzione importante del ricordare che è il trattenere esperienze del passato e conservarne tracce. Serve coltivare la memoria, forse educarla e insegnarla, narrando la vita e ciò che è accaduto.

Non basta assolutamente, anche se serve, una memoria episodica per far crescere la consapevolezza del passato. Men che meno aiuta il solo vociare di una giornata per rintracciare i fili sotterranei che legano la violenza di ieri al nostro quotidiano, perché la ferocia dell’odio continua ad attraversare le terre della guerra e si mostra, con pari crudeltà, nella vita comune di ogni giorno.

C’è bisogno di una rinnovata coscienza che nasca dall’imparare a trattenere ciò che è accaduto in passato. Questo può arricchire il presente e soprattutto impedire o contenere l’arte della dimenticanza del passato che la psicoanalisi chiama «rimozione».

Fare memoria e rimuoverla sono aspetti opposti della stessa medaglia. Una conserva ma l’altra non cancella, caso mai allontana e, solo in modo apparente, elimina ciò che è stato in quanto la rimozione non permette la rielaborazione dei vissuti, ma l’affetto e il contenuto emozionale rimane connesso al passato e attivo, anche se sommerso nell’inconscio.

È come se i sentimenti negativi e violenti del male subito, restassero «legati» al presente al punto da condizionarne il destino e ri-alimentare il male e la sofferenza.

Questo diceva Primo Levi quando scriveva a proposito della Shoah «Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo…». Uscito dagli orrori e salvato dalla memoria e dalla narrazione, Levi il sopravvissuto, penso sostenesse che la rimozione imprigiona i ricordi o li congela come oggetti incastrati nel ghiaccio.

La prigionia della memoria di fatto non fa evolvere alcuna storia vissuta e non promuove trasformazioni. Condanna alla ripetizione delle atrocità. Tutto rimane paralizzato dentro. E non si tratta semplicemente di sturare o liberare una conduttura intasata della coscienza, perché come diceva Freud, il meccanismo della rimozione è complesso.

È processo lento e profondo quello di rielaborare i traumi che oggi sappiamo transgenerazionali e affondano nel sottosuolo della vita psichica. Per questo motivo va contrastato ogni processo di dimenticanza e vi è la necessità continua di narrazioni da dare ai figli e ai nipoti, ai bambini e agli adolescenti.

C’è l’urgenza di genitori e di nonni capaci di raccontare se stessi e il mondo che hanno vissuto, il proprio commino e le strade fatte per liberarsi dalla «banalità del male». Stiamo purtroppo facendo crescere generazioni che non conoscono nulla o quasi del passato e giovani che non sanno cos’è accaduto prima di loro, perché nessuno dei grandi racconta più storie e emozioni.

Fare memoria invece vuol dire, prima di tutto, combattere contro l’indifferenza quotidiana che alimenta l’estraneità, la distanza dei sentimenti e la ferocia della disumanità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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