Quando Sanae Takaichi ha scritto sul proprio account X di dormire «tra zero e tre ore per notte», probabilmente voleva trasmettere l’immagine di una leader totalmente dedita al proprio incarico. In un Paese che ha a lungo considerato il sacrificio personale una virtù civica, il messaggio sembrava destinato a rafforzarne la credibilità. È accaduto il contrario. Sui social media molti hanno ironizzato, altri hanno ricordato il paradosso di un governo che combatte la cultura del karoshi, la morte per eccesso di lavoro, mentre il primo ministro sembra rivendicare proprio quel modello.
Japan's Prime Minister Sanae Takaichi revealed earlier this week that she has been getting between zero and three hours of sleep each night since assuming the role last year, sparking mixed debate in a country with an infamous overworking culture. @InayaFolarin spoke to a sleep… pic.twitter.com/a0AZaIgjqU
La vera notizia, tuttavia, non è quante ore dorma Takaichi, ma il fatto che abbia sentito il bisogno di renderlo noto. Fino a pochi mesi fa la premier godeva di un significativo capitale politico, alimentato dalle aspettative che avevano accompagnato il suo insediamento nell’ottobre 2025. Oggi, invece, la luna di miele con l’opinione pubblica appare conclusa. I sondaggi registrano un calo del consenso e il governo è sempre più esposto alle critiche, non tanto per un singolo errore quanto per la percezione di non riuscire a rispondere alle principali preoccupazioni del Paese.
La rapidità con cui questo capitale politico si è eroso è significativa. Più che da singoli passi falsi, il governo sembra essere stato logorato dall’accumularsi di problemi che nessun esecutivo potrebbe risolvere rapidamente. L’aumento del costo della vita, le incertezze dell’economia internazionale e un contesto strategico sempre più instabile hanno progressivamente spostato l’attenzione dell’opinione pubblica dalla promessa del cambiamento alla richiesta di risultati concreti.
Il nodo è soprattutto economico. Dopo quasi trent’anni di deflazione, il Giappone deve convivere con un’inflazione che, pur moderata rispetto agli standard europei, continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie. I salari crescono, ma non abbastanza da dissipare il senso di insicurezza. Il rincaro del riso è diventato il simbolo di un malessere più ampio, mentre l’incertezza legata alla politica commerciale americana, l’aumento della spesa per la difesa e un contesto internazionale sempre più instabile alimentano la sensazione che il Paese stia entrando in una fase più complessa.

È in questo contesto che la frase sulle «tre ore di sonno» assume un significato politico. Più che illustrare l’azione del governo, Takaichi sceglie di raccontare il proprio sacrificio personale: una strategia comprensibile per una leader che vede diminuire il consenso, ma che sembra non intercettare le aspettative dell’opinione pubblica. Gli elettori non chiedono quanto lavori il primo ministro; chiedono come intenda affrontare il costo della vita e le incertezze del presente.
Per decenni il sacrificio personale è stato, anche in Giappone, una prova di affidabilità della classe dirigente. Oggi quella narrazione sembra aver perso gran parte della propria forza. Dopo anni di campagne contro il superlavoro e di crescente attenzione all’equilibrio tra vita privata e professionale, una parte della società non considera più la dedizione una risposta sufficiente ai problemi del Paese.
Le «tre ore di sonno» raccontano quindi molto più di un episodio di comunicazione politica. Raccontano il tentativo di una leader di recuperare consenso attraverso il linguaggio del sacrificio personale proprio nel momento in cui una parte crescente dei giapponesi sembra giudicare il governo con un metro diverso. Raccontano la difficoltà di una leadership che continua a parlare il linguaggio della dedizione personale mentre una società sempre più preoccupata per il proprio futuro economico chiede soprattutto efficacia. È in questa distanza, più ancora che nella frase di Takaichi, che si misura il momento difficile della politica giapponese.




