Gaza: un accordo tra incognite, sospetti e intrecci torbidi

Se questo accordo su Gaza dovesse realizzarsi, si tratterebbe di un indubbio successo diplomatico per Donald Trump. La cui mediazione sarebbe stata decisiva per porre termine all’immensa sofferenza della popolazione della Striscia e garantire il ritorno degli ostaggi israeliani. E grazie alla quale ora sembrano riallinearsi le due direttrici fondamentali della politica mediorientale Usa, che anche a causa del 7 ottobre si erano profondamente divaricate: la relazione speciale con Israele – o, meglio, quella tra le due destre al governo – da un lato; i rapporti diplomatici, economici e militari coi Paesi del Golfo, Arabia Saudita su tutti, dall’altro.
Permettendo così di far ripartire il processo che aveva portato, durante la sua prima Amministrazione, agli Accordi di Abramo con l’obiettivo di completarli, estendendo anche all’Arabia il riconoscimento d’Israele e l’attivazione di normali relazioni diplomatiche tra le due parti.
Non si può che auspicare che i diversi tasselli del puzzle s’incastrino e che si giunga quanto meno a una tregua in questo terribile conflitto. Rimangono però ancora molti punti interrogativi. Così come rimangono molti motivi di critica verso il contenuto e le implicazioni del piano in venti punti negoziato tra Trump e Netanyahu.
I dubbi derivano dalle ambiguità, inevitabili ma davvero numerose, dell’accordo. Che sulla carta dovrebbe poggiare su una precondizione – la resa incondizionata di Hamas – difficile da realizzarsi (e, anche, da verificare). Che non menziona in alcuna parte quel convitato di pietra, la Cisgiordania, dove le violenze dei coloni, il sostegno di alcuni importanti ministri del governo Netanyahu e l’acquiescenza delle forze armate israeliane hanno causato centinaia di morti e un’ulteriore espansione israeliana. Che lascia all’esercito israeliano la possibilità di restare a lungo a Gaza. Che prevede, infine, un coinvolgimento palestinese limitato ad alcuni «tecnocrati» «qualificati», individuati con criteri non definiti.
A questi dubbi si aggiungono alcune evidenti criticità nell’impianto stesso dell’accordo di pace. I cui tratti neocoloniali sono palesi e non dissimulati. A partire dalla natura e composizione dell’attore esecutivo primario che dovrebbe gestire questa prima fase: un «Comitato di Pace» presieduto addirittura da Donald Trump e che includerebbe Tony Blair e altri leader e capi di Stato.
Un piano, inoltre, che rimanda una statualità palestinese a un futuro lontanissimo; che non coinvolge l’Autorità Nazionale Palestinese; che non prevede alcuna costrizione nei confronti d’Israele o meccanismi che ne impediscano l’ulteriore espansione a est. E che poggia su un baratto esplicito tra gli Usa e i loro alleati arabi. Nel quale i primi garantiscono protezione e trasferimento di tecnologia sensibile, militare e non; e i secondi accettano questi accordi e investono pesantemente negli Stati Uniti e, anche, negli affari della famiglia Trump.
Come nel caso, in sé davvero straordinario, degli Emirati Arabi Uniti. Cui gli Stati Uniti permettono di acquistare chip per l’intelligenza artificiale a lungo negati per il timore che giungano in mani cinesi; e che in cambio finanziano con due miliardi di dollari – per il tramite di un fondo presieduto dal loro Consigliere per la Sicurezza Nazionale – la società di criptovalute creata da Trump poche settimane prima del voto di novembre e oggi gestita dai suoi tre figli e dal figlio del suo inviato in Medio Oriente, Steve Witkoff. In un intreccio spaventevole e torbido di affari e conflitti d’interesse che costituisce anch’esso una delle variabili fondamentali dell’equazione che ha portato a questa pace.
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