Opinioni

Restare immobili per «sopravvivere»: Francia, la strategia di Bayrou

Mandare avanti Macron e i ministri porta le opposizioni e l’opinione pubblica a concentrarsi su di loro, schermando il primo ministro dal grosso degli attacchi
Paolo Valenti

Paolo Valenti

Editorialista

François Bayrou, primo ministro francese - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
François Bayrou, primo ministro francese - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

In gergo scientifico si chiama tanatosi, nel linguaggio comune è la tecnica dell’opossum: restare immobili come strategia di sopravvivenza. È la scelta che sembra aver fatto François Bayrou, primo ministro francese dallo scorso dicembre, quando il governo di minoranza del predecessore Michel Barnier era stato rovesciato da una mozione di sfiducia sostenuta dalla sinistra e dalla destra sovranista di Marine Le Pen. Restare immobili mentre tutt’intorno si muove, e sempre più veloce: il terremoto Trump sulle relazioni atlantiche, la corsa europea agli armamenti, il dibattito sul futuro dell’Ucraina, la crisi diplomatica senza precedenti tra Francia e Algeria. E mentre Bayrou fa l’opossum, il ruolo del leone lo gioca Emmanuel Macron. Lo dimostra il discorso trasmesso a reti unificate martedì scorso, nel quale il presidente ha annunciato «investimenti supplementari» nella difesa e offerto di estendere l’ombrello nucleare francese a tutto il continente di fronte alla minaccia che la Russia «non si fermi all’Ucraina».

Vista la portata delle dichiarazioni e la richiesta esplicita indirizzata dal presidente al governo perché «lavori il più rapidamente possibile» e «faccia delle proposte» per concretizzare queste iniziative, da Bayrou ci si aspettava un intervento tempestivo, chiaro e risoluto. Invece, a parlare prima di lui sono stati i ministri dell’economia e della difesa, che hanno stimato a 90 miliardi il livello di spese militari da raggiungere e suggerito un «prestito nazionale» per raccogliere fondi privati a questo scopo. Il primo ministro si è limitato a precisare che si tratta di una «possibilità» e che nulla è ancora deciso.

Segue un copione simile l’eccezionale crisi diplomatica tra Francia e Algeria, scoppiata l’estate scorsa con la decisione di Macron di riconoscere la sovranità del rivale Marocco sul Sahara Occidentale e proseguita negli ultimi mesi con una serie di arresti incrociati: quello dello scrittore dissidente franco-algerino Boualem Sansal ad Algeri e il fermo e l’espulsione di diversi influencer algerini da parte di Parigi, alcuni rispediti al mittente dalle autorità del Paese nordafricano. Mentre il ministro dell’Interno Retailleau fa la voce grossa minacciando di rivedere gli accordi post-indipendenza del 1968 e Macron richiama invece a un «dialogo rispettoso», Bayrou si limita a cercare le parole giuste per nascondere o sfumare le dissonanze tra i suoi e l’Eliseo.

L’impressione è che si tratti di una strategia concordata: mandare in avanti Macron, che a metà del secondo mandato non ha nulla da perdere, e i ministri, molti dei quali scalpitano per finire sotto i riflettori in vista di una candidatura alle presidenziali, porta le opposizioni e l’opinione pubblica a concentrarsi su di loro, schermando il primo ministro dal grosso degli attacchi. E sembra funzionare, visto che finora Bayrou ha superato indenne il delicatissimo test della legge di bilancio e sei mozioni di sfiducia. Ma ad attendere il primo ministro ci sono alcuni dossier scottanti sui quali sarà difficile «fare l’opossum»: dallo scandalo degli abusi nella scuola privata di Bétharram quando Bayrou era sindaco di Pau, emerso solo qualche settimana fa, ai cantieri sulle pensioni e l’immigrazione. Ad aspettarlo al varco c’è sempre Marine Le Pen, che proprio nei giorni scorsi è tornata a minacciare una mozione di sfiducia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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