Opinioni

Le franchigie Nba portano il business del basket su un altro livello

I Lakers venduti per 12,5 miliardi di dollari dicono che di sportivo è rimasto ben poco nei campionati professionistici
Gianluca Barca

Gianluca Barca

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I Los Angeles Lakers non sono solo una squadra di basket: è un brand planetario - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I Los Angeles Lakers non sono solo una squadra di basket: è un brand planetario - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

C’erano una volta i «ricchi scemi», come Giulio Onesti, presidente del Coni dal 1944 al 1978, definì quelli che secondo lui buttavano i soldi nello sport, specificamente nel calcio. Oggi quei ricchi non solo sono diventati ricchissimi, ma si sono fatti anche furbi e molto potenti. E se ti chiami Josh Kushner e fai parte del giro di Donald Trump (il fratello maggiore di Josh, Jared, è il genero del presidente degli Usa), puoi anche permetterti di puntare qualche fiches in ambiti che a noi gente comune una volta avrebbero decisamente sorpreso.

Josh Kushner (fondatore del fondo Thrive Capital) e Bob Iger (ex ceo della Disney), hanno acquistato i Los Angeles Lakers, una delle squadre di basket più famose della Nba, per 12,5 miliardi di dollari. Più di un terzo della Manovra 2025 dell’Italia.

Non solo una squadra

I Lakers fanno parte, con i Dallas Cow Boys (football americano), il Real Madrid, i New York Yankes (baseball) e pochi altri nomi, del gruppo di ristretto di marchi sportivi noti in tutto il mondo. Nelle settimane scorse, Thrive si era fatto capofila della cordata cui Gianni Infantino voleva cedere una parte delle quote della Coppa del Mondo di calcio.

Il progetto è deragliato per l’opposizione dell’Uefa che ha minacciato di boicottare le competizioni della Fifa se Infantino non avesse fatto immediata marcia indietro. Ma che lo sport, o meglio le sue competizioni e le sue franchigie, si comprano e si vendono ormai come commodity è un fatto che nessuno può più ignorare. I ricchissimi non sono più scemi e, se dopo aver investito nelle società di intelligenza artificiale, software, nella ricostruzione di Gaza e nei viaggi su Marte, ancora dispongono di svariati miliardi ai quali trovare una collocazione vagamente profittevole (c’è sempre più denaro che vere opportunità di investimento...), sport e opere d’arte diventano prede appetibili che possono regalare, oltre che guadagno, prestigio e fama.

Altri esempi

E infatti Qatar Sports Investments, un fondo governativo dell’emirato arabo, tra il 2011 e il 2012 decise di assumere il controllo del Paris Saint Germain per una cifra vicina ai 100 milioni di euro. Oggi il valore del club parigino, due volte vincitore della Champions League di calcio, è stimato intorno ai 5 miliardi. Nel frattempo il Qatar ha ospitato i Mondiali del 2022, un evento che ha permesso agli emiri di godere di uno vetrina globale, alla Fifa di incassare nel quadriennio 2019/2022 oltre 7 miliardi di euro e a Infantino di passare da uno stipendio iniziale di 1,5 milioni di euro, all’inizio del suo primo mandato nel 2016, ai circa 5 del 2024. Se fosse andato in porto il progetto di cedere quote dalla Coppa del Mondo ai privati, il presidente della Fifa sarebbe potuto arrivare a 30 milioni di guadagno.

A canestro nella Città degli Angeli

I Lakers vennero acquistati nel 1979, per 67,5 milioni di dollari, da Jerry Buss sotto la cui guida vinsero per dieci volte l’Anello Nba: grandissimi giocatori in campo (Kareem Abdul Jabbar, Magic Johnson, Shaquille O’Neal, Kobe Bryant...) e vip sulle tribune, in un mix di spettacolo e glamour hollywoodiano che è stato ribattezzato «The Showtime era». Nel 2025, gli eredi di Buss cedettero la squadra per 10 miliardi di dollari a Mark Walter, imprenditore e ceo di una società globale di servizi finanziari non quotata con oltre 345 miliardi di dollari di beni in gestione.

Dodici mesi più tardi, rivendendo la società a Kushner e Iger, Walter è uscito di scena con un guadagno di 2,5 miliardi, il 25% del capitale investito un anno fa.

A noi che con Livio Berruti abbiamo celebrato uno degli ultimi simboli dell’età dell’innocenza dello sport, tutto ciò crea più di un giramento di capo.

Bill Clinton ci redarguirebbe con la sua famosa frase: «It’s the economy, stupid!». Trump e i suoi, tra guerre stellari e balle spaziali, vogliono portare sport e finanza su un altro livello ancora. Aiuto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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