Ci sono notizie che richiedono un tempo lungo per essere assimilate. Un tempo che poi, ancora, non è sufficiente a trovare un senso a quello che si percepisce come un’ingiustizia. La morte del professor Flavio Terragnoli è una di quelle notizie che lascia ammutoliti, che si sperava non si dovesse mai ricevere malgrado la grave emergenza medica che lo aveva colpito alcune settimane fa. L’ho conosciuto oltre quarant’anni fa quando, in piena notte, venni ricoverata al Civile in seguito ad un incidente stradale. Da allora, da giornalista, ho continuato ad incontrarlo e frequentarlo e, negli anni, si è sviluppata un’amicizia fondata su una grande stima professionale e umana.
Ieri ho riletto l’ultimo messaggio che mi aveva inviato, pochi mesi fa, per esprimere la sua vicinanza per il lutto della morte di mia madre. Poche parole, come di poche parole erano composti tutti i messaggi precedenti, ma di una profondità che era la cifra della persona. Umile, concreto, generoso. Lui, eccelso chirurgo, ortopedico dei campioni, orgoglio della nostra sanità, dimostrava con l’umiltà di avere la più alta forma di intelligenza.


