Terragnoli, un gran lavoratore di poche parole, umile e generoso
Ci sono notizie che richiedono un tempo lungo per essere assimilate. Un tempo che poi, ancora, non è sufficiente a trovare un senso a quello che si percepisce come un’ingiustizia. La morte del professor Flavio Terragnoli è una di quelle notizie che lascia ammutoliti, che si sperava non si dovesse mai ricevere malgrado la grave emergenza medica che lo aveva colpito alcune settimane fa. L’ho conosciuto oltre quarant’anni fa quando, in piena notte, venni ricoverata al Civile in seguito ad un incidente stradale. Da allora, da giornalista, ho continuato ad incontrarlo e frequentarlo e, negli anni, si è sviluppata un’amicizia fondata su una grande stima professionale e umana.
Ieri ho riletto l’ultimo messaggio che mi aveva inviato, pochi mesi fa, per esprimere la sua vicinanza per il lutto della morte di mia madre. Poche parole, come di poche parole erano composti tutti i messaggi precedenti, ma di una profondità che era la cifra della persona. Umile, concreto, generoso. Lui, eccelso chirurgo, ortopedico dei campioni, orgoglio della nostra sanità, dimostrava con l’umiltà di avere la più alta forma di intelligenza.
Poi, la concretezza: esaminava, ponderava, dava risposte senza aggrapparsi ad aggettivi superflui o a giri di parole. Ma lo faceva con la gentilezza che gli era propria, da persona meravigliosa quale era. La profonda conoscenza della materia, il costante aggiornamento professionale, e la pratica chirurgica che plasma e indirizza verso l’essenziale, facevano di lui una persona di grande affidabilità.

Ancora, la generosità. Vissuta, esercitata, dimostrata anche dopo la morte con il dono degli organi per continuare a salvare altre vite, come le migliaia e migliaia curate nella sua lunga attività professionale esercitata negli ultimi decenni in Poliambulanza. Schivo e gran lavoratore, preferiva la concretezza del fare alla vanità dell’apparire. Ma non si sottraeva mai, malgrado avesse pochissimo tempo libero: rispondeva ai messaggi, magari a notte fonda, accettando di parlare di una nuova tecnica chirurgica o trovando il tempo, tra un intervento e l’altro, per valutare pazienti fragili.
Anche in questo caso, protagonista era la sua generosità. Alla professione medica, che ha ricoperto un importante ruolo nella sua vita, affiancava anche una grande passione per i libri che, come lui stesso ha ammesso, acquistava in gran quantità. Il dolore della perdita è accentuato dalla consapevolezza che era una persona che non passa tutti i giorni.
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