Festival di Sanremo 2026: nelle canzoni un’eco di cristianesimo

Sanremo 2026 è stato archiviato. Meno male, pensano alcuni. Altri saranno invece fruitori delle melodie uscite da quello che è per antonomasia il Festival della canzone italiana. E anche la canzone fa cultura, come ha ricordato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ai protagonisti di Sanremo. Aspetto che non toglie la coscienza che il Festival di Sanremo è anche un grande business, una kermesse con un notevole indotto economico, che l’industria discografica ci marcia mica male e che il fenomeno del divismo ha pure qualche risvolto che non quadra.
E non potrebbe essere fuori luogo anche una considerazione, per quanto sommaria, del rapporto che può intercorrere fra le canzoni di Sanremo e la religiosità, con particolare riferimento al cristianesimo.
Critiche
Dal punto di vista istituzionale non è una questione semplice. Lo dimostrano anche gli interventi piuttosto critici del vescovo di Sanremo-Ventimiglia mons. Antonio Sciatta. Quando il Comune di Sanremo diede un premio a Fiorello disse «non a mio nome...». E scrisse contro l’irriverente riferimento al Battesimo da parte del cantante Achille Lauro.
Aspetti istituzionali a parte, pur giustificati e doverosi, non è una bizzarria che don Massimo Granieri, sacerdote critico musicale dell’Osservatore Romano (che, come è noto, non è «Tv, sorrisi e canzoni») sulla rivista cattolica «Credere» è intervenuto con considerazioni alquanto serie e fondate. Secondo don Garnieri nei brani in gara a Sanremo sono balzate evidenti domande capitali dell’esistenza: promesse, fragilità, perdite sono stati temi significativi. È vero che Dio nelle canzoni non viene sempre nominato ma quando la canzone tocca le corde profonde dell’esperienza umana può veicolare un messaggio «religioso», vale a dire che apre l’uomo a qualcosa di più grande, di infinito. In poche parole al trascendente, a Dio.
Per sempre
Alcuni esempi? Si può partire proprio dalla canzone vincitrice del Festival, interpretata dal napoletano Sal Da Vinci, intitolata: «Per sempre sì». Da Vinci canta un amore che non si esaurisce nell’emozione di un momento, ma diventa progetto, fiducia, abbandono al futuro in una fedeltà condivisa. Il «per sempre» è certamente una parola impegnativa, propria del matrimonio cristiano e della vita consacrata. Chiama certamente in causa una promessa fatta davanti a Dio, unico garante di ciò che dura.
In questa prospettiva va ascoltata anche la canzone «Ora e per sempre» di Raf. Sono testi controcorrente. Per don Garnieri l’importante è credere veramente a quel «per sempre» e non usarlo come una rima.
Esperienza umana
Ma permeate di religiosità sono anche le canzoni che hanno al loro centro un dolore che interroga: il dolore dei bambini di Gaza cantato da Ermal Meta o il dolore per la scomparsa della propria mamma come ha fatto Serena Brancale. E come non pensare a quel siamo «santi e peccatori» di Patti Bravo come una scheggia di pensiero cristiano dentro la levità di una canzone? E la stessa osservazione può essere fatta dal riferimento a Dio e a Giuda nel «Male necessario» di Fedez e Marco Masini. Anche se, ovviamente, non devono essere prese alla lettera le espressioni religiose che possono essere prese come citazioni. Vanno interpretate nel contesto.
Don Granieri dice: «Non è la teologia spiegata sui libri, ma una esperienza umana della finitudine e dell’infinito». Come dargli torto? L’apostolo Paolo diceva di non ritenere nulla di quanto è umano estraneo al pensiero cristiano.
Mons. Gabriele Filippini, canonico del Duomo di Brescia
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