«È l’8 marzo: dai, che aprono le gabbie». Chi è oggi più o meno sulla cinquantina, riconoscerà nell’incipit quello che più o meno è stato tra gli ultimi 20 anni del Novecento il «sottotitolo» della giornata internazionale dei diritti della donna: per gli amici, la festa della donna. Una ricorrenza che, come ogni altra, viene celebrata secondo lo spirito di ogni epoca. Negli anni del femminismo vero, quello che lottava per l’ottenimento dei basilari diritti di genere, era l’occasione per alzare al massimo il volume dei megafoni in piazza.
Poi, a conquiste avvenute e man mano date per scontate, col sopraggiungere del benessere, l’8 marzo si è trasformato in una festa commerciale: meno pensiero, più consumo. Però, nel bel mezzo degli anni ’80 e ’90, per quanto ormai emancipate, le donne – specie se in gruppo – in «libera uscita», rappresentavano l’eccezione. Serviva una scusa per derogare al proprio ruolo di moglie, madre, lavoratrice. E quale migliore occasione dell’8/3?




