Opinioni

Celebrare la donna? Importante stare fuori dalle gabbie del pensiero

Siamo nell’epoca della parità, ma senza la parità: le donne sono libere di fare ciò che desiderano, rinunciando a un pezzo di sé o parte dello stipendio, e purché stiano attente a non sbagliare mai
Erica Bariselli

Erica Bariselli

Giornalista

Essere donna, nell'epoca della parità apparente, non è sempre semplice
Essere donna, nell'epoca della parità apparente, non è sempre semplice

«È l’8 marzo: dai, che aprono le gabbie». Chi è oggi più o meno sulla cinquantina, riconoscerà nell’incipit quello che più o meno è stato tra gli ultimi 20 anni del Novecento il «sottotitolo» della giornata internazionale dei diritti della donna: per gli amici, la festa della donna. Una ricorrenza che, come ogni altra, viene celebrata secondo lo spirito di ogni epoca. Negli anni del femminismo vero, quello che lottava per l’ottenimento dei basilari diritti di genere, era l’occasione per alzare al massimo il volume dei megafoni in piazza.

Poi, a conquiste avvenute e man mano date per scontate, col sopraggiungere del benessere, l’8 marzo si è trasformato in una festa commerciale: meno pensiero, più consumo. Però, nel bel mezzo degli anni ’80 e ’90, per quanto ormai emancipate, le donne – specie se in gruppo – in «libera uscita», rappresentavano l’eccezione. Serviva una scusa per derogare al proprio ruolo di moglie, madre, lavoratrice. E quale migliore occasione dell’8/3?

Dunque, «venghino signore venghino»: con i locali a fare a gara per organizzare spettacoli a base di spogliarelli maschili. Facevano ridere, più che altro. Tutto bene, tranne il messaggio di fondo: potete godervi tutto, ma solo per una sera l’anno.

Poi siamo atterrate in quest’epoca ibrida: della parità, ma senza la parità, nella quale le donne sono libere di fare ciò che desiderino, però in caso rinunciando a un pezzo di sé o parte dello stipendio e purché, se si sono ritagliate uno spazio in ambiti maschili, stiano attente a non sbagliare mai. Un’epoca nella quale però per fortuna siamo tornati a lavorare sulla consapevolezza. E in cui però è molto forte la variabile social che orienta le giovanissime. Le quali a differenza nostra possono dare il nome di patriarcato ad atteggiamenti di sessismo che non sapevamo essere tali, ma che a differenza nostra non hanno un contesto.

Sui social, dove è fiorito il nuovo femminismo, è tutto bianco o nero e raccontato per schede. Non viene insegnato che conta anche saper comprendere le intenzioni e il sottofondo dell’agire degli individui, della cultura dalla quale si proviene. L’importante è saper riconoscere e sapersi riconoscere nelle proprie inclinazioni: fuori dalle gabbie del pensiero.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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