Non tornerei ai vent’anni. O meglio, lo farei solo a patto di portarmi dietro la testa dei quaranta. Oggi sono meno insicura, consapevole delle mie capacità, del mio valore, di poter pensare che se una cosa non va per il verso giusto non è necessariamente colpa mia. E analizzarla. Ho acquisito la capacità di liberarmi delle cose superflue e delle persone che non mi fanno sentire bene. Di non parlare di ciò che mi annoia. Ho due figli, faccio più sport (a vent’anni non ne facevo) e cerco di restare in salute. E fin qui tutto bene. Fuori di me, invece, vedo tante cose che non vanno e sono preoccupata per le giovani di oggi e quelle che verranno.
Sono stata la prima laureata della mia famiglia, sono cresciuta in una casa sicuramente non femminista a parole, ma nei fatti sì, in cui le donne sono sempre state protagoniste della loro vita: la mia bisnonna si fece intestare metà della casa mettendoci i suoi risparmi, mia nonna era, con sua sorella, la «datrice di lavoro» di un pugno di uomini e mia madre ha sempre lavorato raggiungendo posizioni dirigenziali. Mio padre, dal canto suo, mi ha insegnato il bricolage e mai ha fatto differenze con mio fratello derivanti dal sesso.




