Opinioni

L’eterno conflitto nel Tigray e le tensioni nel corno d’Africa

Sullo sfondo le tensioni con l’Eritrea e le ambizioni di Addis Abeba per uno sbocco sul Mar Rosso. Il rischio è un allargamento del conflitto, con conseguenze sugli equilibri regionali e sui commerci internazionali
Romina Gobbo

Romina Gobbo

Commentatrice

L'esercito etiope - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'esercito etiope - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Chi sono i veri etiopi? E c’è qualcuno più etiope degli altri? L’escalation della crisi tra il governo dell’Etiopia e la regione più settentrionale del Paese, il Tigray, ha anche una valenza identitaria. Quest’area, che confina a nord con l’Eritrea, a ovest con il Sudan, a est con la regione degli Afar, a sud con quella degli Amhara, è considerata la culla della civiltà etiope. Va da sé che essa rivendichi l’indipendenza dal governo centrale, che persegue una politica di accentramento del potere.

Le Forze di Difesa del Tigray (Tdf), braccio armato del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (Tplf), da qualche settimana non sono più sole nel combattere le truppe federali, perché sono parte della neo costituita Alleanza delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza. Gruppi eterogenei che vogliono al governo una confederazione che garantisca una rappresentanza più o meno equa a tutte le etnie del Paese. Se è vero che questa Alleanza significa centomila uomini in più da mettere in campo contro le Forze di Difesa Nazionali Etiopi (Endf), è anche vero che queste ultime restano numericamente superiori e dotate di armi più sofisticate. Infatti, le prime vittorie hanno costretto i ribelli a ritirarsi dalle città e ad operare con azioni di guerriglia.

In verità, si tratta di un conflitto mai sopito del tutto, rispetto al quale gli Accordi di Pretoria (Sudafrica), siglati nel 2022 per mettere fine alla guerra fra governo centrale e ribelli tigrini, che ha causato 600mila morti e 4 milioni di sfollati, si configurano più come una tregua fragile che come un trattato di pace.

Il 13 ottobre, le truppe federali, dopo aver riconquistato Makelle, capitale regionale del Tigray, hanno raggiunto Zalambessa, cittadina sul confine, allarmando l’Eritrea, che teme per la propria sovranità territoriale. Sul suo territorio, infatti, si trova il porto di Assab, sulla costa meridionale del Mar Rosso, luogo dei desiderata dell’Etiopia, perché collega i Paesi dell’Africa orientale alle rotte internazionali di navigazione. Il 5 ottobre, giurando in Parlamento per un secondo mandato di cinque anni, il primo ministro, Abiy Ahmed, aveva ribadito che l’Etiopia – 130 milioni di abitanti e un’economia in crescita – deve avere uno sbocco diretto sul Mar Rosso, venuto a mancare dopo che, nel 1993, l’Eritrea si è resa indipendente.

A fianco dell’Etiopia nella prima guerra del Tigray (2020-2022), questa volta l’Eritrea sarebbe passata a sostenere i ribelli tigrini. Per questo, Addis Abeba ha chiuso la sua ambasciata ad Asmara, e dichiarato «persona non grata» una decina di diplomatici eritrei. Da lì il deteriorarsi dei rapporti.

L’area, per la posizione strategica, è assai appetibile. Gli schieramenti vedono, da una parte, l’Eritrea, in stretti rapporti con l’Arabia Saudita; l’Egitto, che ha il dente avvelenato con l’Etiopia a causa della costruzione della Grande Diga che potrebbe mettere a rischio la propria sicurezza idrica; le Forze Armate Sudanesi (Saf), che accusano l’Etiopia di supportare l’organizzazione militare ostile al governo sudanese; la Somalia. Quest’ultima pur avendo dichiarato di voler restare neutrale fra Etiopia ed Eritrea, il 4 ottobre, ha partecipato al vertice di El-Alamein, dove Eritrea, Egitto e Saf si sono uniti nell’obiettivo di preservare lo status quo, dichiarando che il governo del Mar Rosso è responsabilità esclusiva degli stati che vi si affacciano.

Dall’altra parte, ci sono Etiopia, Kenya, Uganda, Turchia, che invece vorrebbero cambiare gli equilibri. E Israele che sostiene le ambizioni marittime dell’Etiopia, ma anche l’indipendenza del Somaliland dalla Somalia. Tutto questo per ampliare la propria influenza sul Mar Rosso, in funzione anti-Houthi, il movimento sciita composto da ribelli yemeniti legati all’Iran che controlla aree chiave come Perim, le isole Hanish, Mokha e Bab el-Mandeb, e sferra attacchi alle navi mercantili.

Lo scenario è complesso, ma finora il conflitto resta circoscritto tra truppe federali etiopi e ribelli tigrini. Il coinvolgimento dei Paesi vicini getterebbe nel caos l’intero Corno d’Africa, con ripercussioni globali sul fronte economico-commerciale e sulla sicurezza degli approvvigionamenti, vista l’importanza del Mar Rosso per gli scambi tra Asia ed Europa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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