Estate all’insegna dell’overtourism

Uno dei termini più ricorrenti negli articoli, nei servizi e nei resoconti sulla stagione turistica 2024 è «overtourism», un neologismo sempre più utilizzato per descrivere la situazione critica delle città d’arte e di alcune località di mare, montagna e lago rese invivibili dal numero eccessivo di turisti. Anche nel Bresciano, di recente, si è fatto ricorso al termine per descrivere la situazione sul Garda, di alcuni lidi del Sebino e di alcuni siti della Valle Camonica.
Si tratta di un fenomeno che ha oggettive conseguenze sulla vita dei residenti peggiorandone la qualità della vita, aumento del traffico e dei prezzi, incremento della pressione sui servizi idrici e d’igiene urbana, alterazione del mercato immobiliare e del lavoro, per non parlare delle conseguenze sugli ecosistemi. Una prima riflessione d’insieme porta a rilevare che il fenomeno dell’overtourism è stato ormai quasi completamente «sdoganato» dall’opinione pubblica, dopo una lunga fase (il suo primo impiego scientifico risale a più di vent’anni fa) nella quale non era oggetto di attenzione.
I pochi approfondimenti sul tema erano quelli promossi da ristretti gruppi (perlopiù d’ispirazione ecologista) che per questo venivano stigmatizzati. La questione dei rischi del sovraffollamento turistico risultava «indigesta» agli amministratori locali e agli operatori del settore che collocavano la propria attività nell’unico scenario della massimizzazione, anno dopo anno, degli arrivi e delle presenze turistiche.
Coloro che parlavano dei rischi dell’eccessiva pressione turistica erano considerati anti-sviluppisti o portatori di posizioni regressive, meramente ideologiche. Oggi la situazione sembra essere cambiata. Le molteplici retroazioni dell’overtourism sono talmente evidenti a coloro che vivono i territori, così agli operatori e agli stessi turisti, da stimolare riflessioni e reazioni anche tra i più scettici, con un sovrappiù di attenzione mediatica.
Il fatto di parlare trasversalmente di questo fenomeno è un oggettivo passo in avanti rispetto al recente passato ma non si può fare a meno di osservare che spesso il tema finisce per essere affrontato in termini superficiali per dichiarare una generica sensibilità verso un problema che per essere veramente affrontato richiederebbe scelte molto coraggiose. Scelte che alla prova dei fatti non tutti sono disposti ad accollarsi, a gestire o a subire e che comportano necessariamente delle rinunce.

Veri e propri freni in tal senso sono il mancato accordo sulle possibili contromisure all’eccesso turistico, le complesse ricadute degli interventi (si pensi alle lunghe e contestate sperimentazioni di città come Barcellona e Venezia) e l’ansia anticipatoria generata dall’idea di rischiare di avere indicatori economici non più in crescita rispetto agli anni precedenti (lo spauracchio della decrescita).
In questa direzione, risulta poco produttivo e semplicistico fare appello, per migliorare la situazione, al solo senso di responsabilità dei turisti o pensare che vi possa essere una spontanea normalizzazione del fenomeno, senza porre dei limiti certi al numero di presenze o disciplinare l’accesso ad alcuni siti o ancora, senza prendere decisioni drastiche sul fronte della circolazione e della mobilità veicolare, così come sul piano degli investimenti in infrastrutture alternative e sugli affitti brevi.
Allo stato attuale l’overtourism è entrato a far parte di quel vasto insieme di temi che sono oggetto di periodiche lamentele ma che nella maggior parte dei casi non sortiscono decisioni o chiare scelte politiche, se non di tipo palliativo. L’idea che alla crescita quantitativa del turismo corrisponda sempre e comunque un maggiore sviluppo è forse, al momento, l’ostacolo più grande per provare a transitare verso modelli locali che facciano dell’equilibrio, della autoregolamentazione e dell’autotutela delle singole località i propri principi ispiratori.
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