L’eredità invisibile del coronavirus

Sono già passati cinque anni? Si resta sorpresi dal tempo che corre. Ma anche stupiti dal come ci dimentichiamo in fretta, di quanto cambi la nostra prospettiva in un lasso così breve. E non soltanto perché il mondo intero sta ribaltando le cose con una rapidità che lascia attoniti. Gli Stati Uniti, per dirne una, hanno messo alla testa del ministero della salute uno convinto che il Covid non c’era. Salvo poi prendersela con i cinesi che l’avrebbero diffuso e con l’Organizzazione mondiale della sanità che l’avrebbe sfruttato.
Non importa se le due cose sono in contraddizione. Da noi si è impalcata una commissione parlamentare d’inchiesta, come se la politica potesse stabilire una sua verità. Intanto, il Piano anti-pandemia che allora non c’era, ancora oggi in bozza vaga tra una Regione e l’altra. Non ci si è messi neppure d’accordo su come contare i morti: 197mila come dice il Ministero o 246mila se si calcolano anche i decessi collegati? Medici e infermieri, ricercatori e scienziati, nel giro di un paio d’anni sono passati dall’altare degli eroi al disprezzo della casta fannullona e affarista. Passato l’allarme, gabbato lo santo.
Se questo è l’andamento generale della parabola, per noi, nel nostro piccolo, cosa resta di quei giorni, di quei mesi? L’impressione è che la memoria, personale e collettiva, abbia avuto una reazione da manuale, quella della rimozione selettiva. Ha impacchettato la grande paura e l’ha nascosta in fondo al baule della mente.
Per ciascuno in forme diverse e diversamente accentuate: chi ha patito un lutto diretto, chi ha rischiato la pelle, rivive tutto come un incubo, agli altri sembra un brutto sogno. Non sembra sia mai stato possibile che paesi e valli, città e regioni, Stati e continenti si siano chiusi per un periodo tanto lungo, più di due anni, in un isolamento forzato. Mal sopportato, invocato, imposto, sfuggito: le sensazioni più disparate si sono accavallate e sovrapposte. Strade deserte. Uffici e negozi chiusi. Cinema e teatri, bar e ristoranti sbarrati. Poi ognuno ad inventarsi qualche forma di sopravvivenza. Il lavoro e la scuola a distanza. Abbiamo impastato pizze e torte. Se la memoria torna a quei giorni, restiamo ancora più sorpresi di quel che abbiamo vissuto e di come lo abbiamo rimosso.
Cinque anni fa, il dibattito e la polemica si snodarono attorno alla Fiera di San Faustino e al Carnevale. Bancarelle e carri, ressa e sfilate. La Fiera del ’20 venne fatta e con duecentomila visitatori attorno a seicento bancarelle fu considerata un incubatore del virus. Quelle del ’21 e del ’22 saltarono. Quando, settimana scorsa, San Faustino toccò i picchi di una festa affollatissima, nessuno più ricordava che solo tre anni fa l’evento era stato vietato.
Eppure, nel profondo, le cicatrici restano, rimangono i segni. Il primo riguarda un senso di sfiducia e di incertezza che si è radicato e diffuso. I cori dai balconi e le lenzuolate del «tutto finirà bene» hanno presto lasciato posto all’inquietudine individuale. Per la nostra convivenza esiste un «prima» e un «dopo» il Covid. Siamo diventati meno ottimisti e più timorosi, meno solidali e più preoccupati di noi stessi. Sospettosi, distanti e insofferenti, meno disposti a lasciarci coinvolgere.

La partecipazione è calata vistosamente, per le iniziative pubbliche e gli incontri. Persino per il volontariato: l’ultimo censimento rileva che dopo il Covid sono quasi un milione in meno le persone impegnate in questo settore. Esistono dei piccoli segnali rivelatori: si provi ad osservare le esitazioni dei vicini di banco alla Messa della domenica quando il celebrante invita a scambiarsi «un» segno di pace.
Il Covid ha scavato un solco generazionale. I ragazzi hanno subito il furto di una stagione irripetibile della loro vita. Gli anziani si sentono più fragili e soli. Le generazioni di mezzo hanno perso punti di riferimento che davano per scontati. Quelle sensazioni, sotto sotto, ci sono rimaste incistate e un po’ dolenti.
Anche a non voler considerare la quota (ma quanto consistente?) di chi negava l’evidenza dei morti sui carri militari, di chi è tentato di classificare come conseguenza dei vaccini ogni malanno che gli capita, anche al netto di complottisti e patafisici, l’intera esperienza pare abbia insegnato poco sul fronte sanitario. L’assistenza territoriale non decolla, l’attenzione personale è scarsa, la prevenzione più difficoltosa. Abbiamo smobilitato, saremo impreparati, se e quando capiterà un’altra volta.
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