«Abbiamo imparato a lavorare in équipe, ora continuiamo»

Francesco Castelli è direttore dell’Unità operativa complessa di Malattie infettive del Civile durante la pandemia, ora rettore dell’Università degli Studi di Brescia
Un numero inquietante che ancora ci spaventa: 20.02.2020. È la data di identificazione del primo paziente di Covid-19 a Codogno. Nei giorni successivi giunsero a centinaia, a migliaia ad affollare le corsie degli ospedali di Lodi, Piacenza, Brescia e Bergamo iniziando la più straziante e feroce esperienza pandemia del XXI secolo.
I morti si conteranno a centinaia di migliaia soprattutto tra i soggetti anziani o comunque fragili. Anche molti operatori che non si risparmiarono nella offerta di cure, si ammalarono e un numero rilevante morì.
È stata una esperienza devastante, che ha unito medici universitari ed ospedalieri, farmacisti, infermieri ed operatori di tutte le professioni sanitarie, specializzandi di tutte le discipline, personale di supporto, tutti volti all’unico fine di dare una risposta, per quanto possibile, ai malati, ai loro familiari ed alla nostra comunità tutta che ci affidava la salute dei propri cari. Dovevamo resistere, tutti insieme, con la fatica delle ore interminabili di ogni giorno, senza fermarci, giovani ed anziani. Chiedendoci chi sarebbe stato il prossimo di noi a cadere vittima della infezione.
Cosa ne è stato di questa lezione a distanza di 5 anni? Quale medicina è sorta dalle ceneri del Covid, sia nelle menti e nei cuori di chi è già medico o infermiere e nella percezione di chi si affaccia adesso alla scelta del proprio futuro professionale?
Da un lato, certamente, le immagini di inenarrabile fatica fisica e psicologica che filtravano sui media hanno talora prevalso in senso negativo sulla scelta della professione di cura al servizio del malato, facendo in qualche modo perdere di vista la immensa gratificazione (purtroppo non sempre economica) della relazione di cura.

Dall’altro lato, io spero che la lezione del Covid di lavoro in équipe, che trascende le barriere disciplinari e di categoria, diventi nostro patrimonio ad ogni livello del Servizio sanitario nazionale, senza dimenticare la necessità del legame indissolubile e funzionale tra realtà territoriale e ospedaliera, tra assistenza e ricerca.
Il rischio di tornare ai vecchi comportamenti esiste e deve essere tenuto presente anche e soprattutto nella formazione dei giovani medici e di tutti professionisti sanitari. È una responsabilità impegnativa e deve essere affrontata con una sempre migliore e stretta integrazione tra Università e Servizio sanitario nazionale a beneficio ultimo dei malati e di tutta la nostra comunità.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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