«Sentinella, quanto resta della notte?». Una domanda, quella tratta dal libro di Isaia, da cui Enzo Bianchi prendeva spunto spesso, compresa l’ultima volta che l’incontrammo, in una chiesa gremita dal primo all’ultimo banco, per ascoltarlo parlare della «responsabilità di essere uomini». La sua, d’una notte, è cominciata ieri, anche se lui l’avrà intesa come alba, avendola attesa con pienezza una vita. Se n’è andato così colui che a buon titolo può essere definito un «profeta», una persona ispirata, un uomo che ha saputo denunciare con voce roboante la corruzione dei tempi e nel contempo proclamare con dolcezza la speranza, invitando chiunque a praticare l’unica vera giustizia, quella dell’amore, ritornando così al vero Dio, contro ogni idolatria.
Tarchiato e robusto quanto un tronco di pino cembro, barba candida a contornargli il volto, occhi perennemente a fessura, asciutta cadenza piemontese con le «u» chiuse e le consonanti sibilanti, Bianchi era un oratore di forgia antica, coniugando sapienza e testimonianza, intimità e fratellanza, conoscenza finissima delle scritture e semplicità nel rivelarne il senso che egli intendeva.
Ma la grandezza di Bianchi, figlio autentico della spiritualità conciliare degli anni Sessanta e Settanta e per decenni priore della comunità di Bose, da lui stesso creata, è racchiusa a nostro modo di vedere nella sua debolezza, nella fragilità rivelata pienamente negli ultimi capitoli dell’esistenza, nel tempo doloroso e fecondo che ha comportato divisione tra lui e parte di coloro che a Bose lo avevano individuato come guida.
«Situazione tesa e problematica per quanto riguarda l'esercizio dell'autorità e il clima fraterno in seno alla comunità». Così è stato scritto nel decreto del sommo pontefice che sei anni fa allo stesso Bianchi l’allontanamento dalla «sua» Bose a tempo indeterminato.
Una spaccatura, quella tra il monaco fondatore e i suoi seguaci, non nuova nella vicende della Chiesa. Già san Francesco, per dire, aveva mostrato quanto difficile fosse tirarsi da parte restando però fiamma accesa. Ma mentre del santo d’Assisi narrano i libri di storia, con tutti i se e i ma che essa comporta, le incomprensioni di Enzo e i suoi fratelli sono state per noi carne viva, parendo da principio una piaga, una macchia capace di render opaco lo splendore eburneo della sua testimonianza. Soltanto pian piano ci siamo resi conto che da quella crepa filtrava una luce più autentica, quella che lo ha reso pienamente umano, impedendoci di trasformarlo in idolo e adesso in sepolcro imbiancato, in mummia.

Il monaco austero, profondo e visionario ha sgombrato da sé il campo dell’illusione, chiarendo in modo inequivocabile che nell’unica religione in cui Dio si fa persona, non esiste persona che possa sostituirsi a Dio. E lo ha fatto appunto con la testimonianza della debolezza, dell’attaccamento ostinato alla propria comunità con piglio da Cronos, costringendo chi gli stava attorno a cimentarsi con il dilemma dei successori. Il carisma di una comunità, infatti, come spiega bene Luigino Bruni, non si rinnova imitando semplicemente il fondatore o seguendone pedissequamente il solco dei passi tracciati, richiedendo invece una novità, una dose abbondante di libertà e creatività.
Tutto molto chiaro, sulla carta, assai più difficile quando si tratta di viverlo in prima persona, persino per un gigante qual era lui, figuriamoci per noi, che lo seguiamo a distanze siderali. E qui sta il punto, il monito che non mette al riparo della tentazione nessuno e l’indulgenza nel considerare i propri sbagli alla luce degli errori altrui. Per questo riteniamo che la lezione più alta e insieme più bella Enzo Bianchi non l’abbia data dal pulpito e nemmeno stando in piedi al centro della scena, bensì nella fragilità della sua condizione pienamente umana. Anche in questo è stato coerente con la sua fede e con l’esperienza che n’è maturata. Anche per questo quel che resta della notte è una testimonianza viva, feconda, autentica.



