Opinioni

Le emozioni del subbuteo e quel pollice «illegale» per tirare più forte

Da uno slogan irresistibile ad una passione fatta di pomeriggi interminabili e di una piccola grande dose di feticismo
Rosario Rampulla

Rosario Rampulla

Vicecaporedattore

Il mitico Subbuteo
Il mitico Subbuteo

«Non è meccanico, né elettronico». Non è la più romantica delle frasi, vero? Eppure è bastata, a metà degli anni ’80, abbinata ad un nome che mi pareva quantomeno misterioso – Subbuteo – per uno strano, imprevedibile innamoramento. Una passione... in punta di dito che avrebbe occupato molti, moltissimi pomeriggi. Sottraendo tempo (il reato, fortunatamente, è oramai in prescrizione) ai lirici greci, al ciclo di Krebs, a Kant e Moravia.

Che cosa era il Subbuteo? Un panno verde, due porte, un pallone. Ventidue omini plasticosi sorretti da una mezza sfera. In pratica, la miniaturizzazione della nostra vita, consacrata al dio pallone in ogni forma. Erano settimane scandite dalla Gazzetta dello sport, dalla domenica con 90° minuto, dall’abbuffata di coppe europee il mercoledì (maratone infinite tra Coppa Uefa, Coppa delle coppe, Coppa dei Campioni).

E quando il clima lo consentiva? In cortile a giocare. A calcio, of course. Poi arrivò il football in punta di dito, grazie alla pubblicità sulle pagine di Topolino. Convinti i miei genitori che il Subbuteo era antidoto essenziale a giorni tristi e solitari, eccolo arrivato. Era una scatola standard, ma più che sufficiente per iniziare a fare pratica. Giusto un paio di settimane, poi il battesimo del fuoco. Scopro che il figlio di alcuni amici di famiglia (di un po’ di anni più grande) è già un subbuteista scafato. E organizzo la sfida.

Vista l’inferiorità (almeno sulla carta), gioco io in casa. Anzi, in salotto, straordinariamente concesso nonostante fosse off limits per ogni attività ludica. È una classica, Juventus-Milan. Opto per una normale difesa a 4, poi tre centrocampisti e tre punte. E qui capisco che qualcosa non va. Il mio avversario, evidentemente avvezzo alle strategie del panno verde, mi riserva un’occhiata sprezzante e piazza tutti e dieci i suoi giocatori sulla linea che delimita l’area di tiro. Risultato? Incasso un pesante 0-4, con invito a fare pratica con maggiore assiduità.

Non demordo e inizio a scontrarmi con il mio fido compagno di banco, aumentando nel frattempo la dotazione. Come fare, del resto, senza la tribuna coperta, le gradinate, la curva, i piloni dell’illuminazione (sì, ho acquistato anche quelli), le porte che mi ricordavano quelle del Comunale di Torino e i palloni a marchio Mitre come nella Premier inglese? Senza dimenticare i palloni arancioni per le partite con la nebbia (astenetevi dai commenti...), o il piccolo steccato verde per non far uscire la palla a bordo campo, il tabellone per il risultato, le squadre con le riserve e i numeri di maglia faticosamente incollati su schiene microscopiche.

E, infine, lui: l’Astropitch, il terreno dei sogni. Liscio, veloce. Incollato su un’asse di legno. L’aleph del calcio da tavolo. Solo con gli accessori avrei potuto aprire un piccolo negozio di giocattoli second hand. Peccato (anzi, è stato meglio così) che allora non ci fosse il quartetto del Var con tanto di monitor (ora lo hanno prodotto, ma è una notizia dalla quale stento a riprendermi) perché avrei comperato pure quello. Gioco e feticismo, è questo che ha reso il Subbuteo un irresistibile culto laico. Che raggiungeva l’Olimpo in quelle domeniche in cui si giocava ascoltando le partite alla radio. Sempre se non si preferiva fare le proprie telecronache. Inventando nomi, situazioni, competizioni. E inanellando partite, dopo partite. Ai videogiochi chi ci pensava? I compiti erano solo una noiosa parentesi, tant’è che quando giocavo, per così dire, in trasferta portavo almeno tre squadre nello zaino, mimetizzate tra i libri.

Il sogno irrealizzato è rimasto quello di bagnare il panno per simulare il terreno pesante. Mia madre aveva il senso dell’umorismo, ma ho preferito non portarlo al punto di rottura. Eppure resta una questione aperta. Anzi, una confessione: non ho mai giocato realmente in punta di dito, ma usando il pollice come una sorta di «caricatore», così da tirare più forte. Un delitto pari solo alla rullata del calcio balilla. Se mai ci sarà una Corte suprema del Subbuteo, ne invocherò la clemenza.

Oramai sopraffatto dai ricordi, guardo alla mia destra e vedo (non faccio nomi per ragioni di privacy) il mio avversario/compagno di Subbuteo che siede nella stessa redazione. In punta di dito, in punta di penna. Sono passati quarant’anni, e non me ne sono neanche accorto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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