La Toscana e la continuità che non piace a Lega e Cinque stelle

Quella toscana è stata un’elezione regionale particolare, con elementi di continuità ma anche con rimescolamenti importanti, e soprattutto con l’aumento dell’astensione
Eugenio Giani, governatore della Regione Toscana - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Eugenio Giani, governatore della Regione Toscana - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Domenica e lunedì scorsi si è svolta l’ultima tappa del gruppo di quattro elezioni regionali pressoché consecutive (Val d’Aosta e Marche, seguite dalla Calabria prima e dalla Toscana poi). Se i valdostani avevano fatto vincere gli autonomisti dell’Uv e marchigiani e calabresi avevano confermato i presidenti uscenti di centrodestra, anche in Toscana i pronostici sono stati rispettati, con la rielezione di Giani (Pd).

Quella toscana è stata un’elezione particolare, perché caratterizzata da molti elementi di continuità nei macro aggregati (i poli, l’affluenza) ma anche da alcuni rimescolamenti importanti di rapporti di forza all’interno degli schieramenti. Per evidenziare i primi ci rifacciamo al mio articolo di presentazione che questo giornale aveva pubblicato domenica scorsa. Si ricordava che «in tutti i casi, la destra non ha mai avuto più del 40,6% delle Regionali del 2020» (stavolta ha ottenuto il 40,8% di lista), che sulla carta, il «campo largo» partiva «da un teorico 54,1% delle scorse Regionali, da un 51-52% delle politiche e dal 52,4% delle europee, con un vantaggio sulla destra fra i dodici e i tredici punti percentuali»: le liste di Giani hanno avuto il 54,6% e i punti di vantaggio su Tomasi sono stati tredici.

Alessandro Tomasi, candidato del centrodestra - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Alessandro Tomasi, candidato del centrodestra - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Era tutto già previsto e prevedibile, dunque? In parte sì, data la struttura dei consensi in Toscana. Poi c’è stata però una mezza sorpresa: l’astensione cresciuta dal 37,4% del 2020 al 52,3% di stavolta (ma nel 2020 si votava lo stesso giorno per il referendum che tagliava il numero dei parlamentari, quindi si può fare un raffronto col 2015, quando ad astenersi fu il 51,7% ma si votò in un solo giorno). Insomma, tutto uguale al 2015? Non proprio: nonostante la differenza globale con allora sia solo dello 0,5%, si nota che in alcune province l’affluenza è aumentata rispetto al 2015: Firenze (Giani è fiorentino di adozione), Pistoia (la città dove Tomasi è sindaco), Prato; nelle altre province è diminuita. Rispetto invece al 2020 (media regionale: -14,9%) il calo nel fiorentino è stato «solo» del 13,8%, nel pistoiese del 12,6% e nella provincia di Prato del 14%. Il crollo rispetto al 2015 e al 2020 è avvenuto in province «bianche» come Lucca, segno che una parte di elettorato di centrodestra ha defezionato, dato l’esito scontato della coalizione.

Ci sono molti dati conformi rispetto al passato: se il 40,85% di lista del centrodestra supera di appena lo 0,25% il dato del 2020 e il 54,6% del centrosinistra è solo di mezzo punto superiore alla somma teorica del 2020, va aggiunto che il dato della lista Toscana Rossa (di Antonella Bundu, comprendente tre soggetti politici di estrema sinistra) è del 4,5%, cioè inferiore dello 0,4% rispetto a quanto ottenuto da quella galassia cinque anni fa. Ma ci sono difformità fra le liste: nel «campo largo», se il Pd passa dal 34,7% al 34,4%, Sel guadagna e arriva al 7% (+2,4%; se il M5s perde il 2,7%, si può intuire dove sia finito il flusso in uscita dai pentastellati); così come va osservato il dato dei centristi (8,9%) che (senza Azione: la «casa riformista» verosimilmente ha drenato voti fra gli elettori di Calenda) supera il 4,5% del 2020 (il quale, pur aggiungendo il 3,3% della civica di allora, evidenzia comunque un progresso dell’1%).

A destra, Forza Italia consolida il secondo posto nella coalizione già conquistato alle europee (oggi 6,2%, nel 2024 6,3%, nel 2022 5,6%, nel 2020 4,3%) mentre la Lega vannacciana paga un forte dazio (a parte il 21,8% del 2020, che non può essere usato per un raffronto, dato il cambio di stagione politica, il Carroccio partiva dal 6,6% delle politiche e dal 6,2% delle europee, oggi ridotto ad un modestissimo 4,4%). La Lega è, insieme ai Cinquestelle (4,3%) il partito meno votato fra quelli che entrano in Consiglio regionale e ottiene seggi solo perché coalizzato (per gli «apparentati» la soglia è al 3%, mentre per i singoli, come Toscana rossa, è del 5%: ecco perché la lista della Bundu resta fuori pur avendo avuto il 4,5%, più di leghisti e pentastellati). Meloni può dichiararsi soddisfatta, perché FdI ha il 26,8% contro il 27,4% delle europee e il 26% delle politiche, più una quota delle liste di Tomasi (quindi, si attesta sul suo livello consolidato in Toscana).

Insomma, più continuità che novità, con l’eccezione di un Tajani che sorride, un Salvini meno felice e una Schlein che incassa un successo scontato in una regione nella quale, però, non avrebbe voluto ricandidare il presidente uscente (Giani ha invece dimostrato la sua forza elettorale, pur prendendo lo 0,7% in meno delle liste di coalizione).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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