Per Meloni frenata al Nord, il Sud rafforza il campo largo

Tredici milioni di cittadini erano chiamati alle urne in tre regioni importanti del Paese: Campania, Puglia e Veneto. Di tutti loro, solo uno scarso quaranta per cento ha deciso di andare a votare nella giornata e mezza in cui erano aperti i seggi. Un «crollo» - parola una volta tanto appropriata - che va dai dieci ai tredici punti rispetto alle ultime consultazioni regionali. Ci sarebbero molti motivi di riflessione e di autocritica per il mondo politico di fronte ad una fuga dal voto che sfiora la delegittimazione morale, ma dubitiamo che, anche questa volta, si vada oltre qualche pensosa considerazione a favore di telecamera. Il pensiero fisso dei politici è per i risultati dei loro partiti anche se determinati da una minoranza degli aventi diritto al voto.
Il cosiddetto «campo largo» di Pd, M5S, AVS ha vinto in Puglia - come era prevedibile - e in Campania dove invece si giocava una battaglia più insidiosa. L’ex sindaco di Bari ed europarlamentare Antonio Decaro, un signore delle preferenze, si è scrollato di dosso l’ingombrante padre-padrone Michele Emiliano e ha stravinto sul debole concorrente di centrodestra.
E allo stesso modo Roberto Fico, grazie alla non ostilità del suo popolarissimo predecessore Vincenzo De Luca costretto a farsi da parte più che al contributo dei suoi amici pentastellati, è riuscito ad infrangere il sogno meloniano di conquistare la Campania con un candidato come Edmondo Cirielli che pure ha un suo peso in regione. Espugnare la Campania già di De Luca, sarebbe stato un segnale potente per la premier, per il suo partito, per il centrodestra in vista delle politiche del 2027 e prima ancora, del referendum sulla riforma della Giustizia: non è andata così.
Ma forse non è nemmeno questa la vera delusione per l’inquilina di palazzo Chigi. Giorgia Meloni sperava che Fratelli d’Italia, avendo rinunciato a pretendere di avere un proprio candidato alla successione di Luca Zaia, potesse comunque diventare il primo partito del Veneto battendo la Lega nel suo fortino più antico. Un simile risultato avrebbe regolato i conti con Matteo Salvini e forse avrebbe ricondotto il nervoso alleato a stare più docilmente nel perimetro della politica di coalizione e di governo. Il Veneto invece resta saldamente nelle mani dei leghisti e va ad Alberto Stefani, già braccio destro di Zaia sul cui futuro non è dato al momento fare altro che ipotesi (sindaco di Venezia?).
Se tiriamo le somme, tra centrodestra e centrosinistra l’ultimo round elettorale finisce con un pareggio: tre regioni all’uno (Marche, Veneto e Calabria) e tre regioni all’altro (Campania, Puglia e Toscana). Schlein, a capo del primo partito del «campo largo», si rafforza rispetto a quanti stanno lavorando per farla cadere dalla poltrona; Conte resta in partita nonostante la perdurante emorragia di voti del M5S; Meloni è delusa e in parte ferita, Salvini rassicurato ma pur sempre col problema di Zaia e dei governatori del Nord. Tutte considerazioni che alla maggioranza degli elettori sembrano interessare assai poco nonostante che il peso del potere regionale sulla vita dei cittadini sia tutt’altro che irrilevante.
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