Economia mondiale resiliente, crescita italiana fiacca

Nonostante le guerre che tormentano il mondo - purtroppo non solo guerre commerciali - l'economia mondiale appare nel complesso resiliente . L'Ocse , nel suo Interim Report di settembre, ha alzato la crescita prevista per l'economia mondiale per il 2025 da 2,9% a 3,2% . Se si esclude la forte dinamica di molti paesi del Sud Globale, va segnalato che il divario di crescita tra Stati Uniti ed area euro, a favore dei primi (era di 2 punti percentuali l'anno scorso), si sta riducendo e quasi annullando. All'interno dell'area euro, l'Italia continua ad essere nelle ultime posizioni , con una crescita prevista dello 0,6% sia per quest'anno che per il prossimo; solo la Germania ha tuttora una performance peggiore (ma le posizioni relative si invertiranno l'anno prossimo).
Ricordiamo che secondo i dati ufficiali la crescita dell'economia italiana era stata dello 0,7% l'anno scorso, come confermato dall'Istat nei giorni scorsi; per cui avremmo un triennio 2024-'26 di crescita piuttosto fiacca. Va piuttosto segnalata una curiosità statistica: solo ora l'Istat ha rivisto al rialzo la stima di crescita del 2023, da 0,7% a 1% (adducendo quali giustificazioni la necessità di revisioni periodiche delle serie storiche, il riallineamento agli standard europei, l'uso di nuovi dati amministrativi). Questa revisione spiega in parte un rebus che aveva assillato i macroeconomisti nei mesi scorsi, ossia la crescita robusta dell'occupazione in presenza di un Pil quasi piatto, con l'ovvia conseguenza di una dinamica della produttività insoddisfacente e peggiore rispetto ai nostri concorrenti; il distacco dell'Italia, con le nuove stime, risulta invece inferiore. Un'altra conseguenza è che il rapporto debito/pil è parzialmente migliorato rispetto a quello stimato finora.
A proposito di debito pubblico, molti commentatori hanno citato nei giorni scorsi il quasi azzeramento dello spread sui titoli italiani rispetto a quelli francesi (nonostante il rapporto debito/Pil sia di circa il 113% in Francia e del 135% in Italia). La causa principale di questo riavvicinamento riguarda proprio la situazione in Francia, la sua stabilità politica e quindi anche finanziaria.
È vero che anche lo spread rispetto ai titoli tedeschi ha toccato valori bassi, che non si vedevano da quindici anni, ma lo spread italiano continua ad essere superiore a quello di paesi come Spagna e perfino Grecia (e quest'ultima ha tuttora un debito superiore al nostro in rapporto al Pil).
Ad ogni modo, la finanza pubblica italiana al momento appare abbastanza solida, al costo peraltro di rimandare urgenti miglioramenti in settori vitali (ad esempio in quello sanitario, nell'istruzione e nella ricerca ), come pure di rinunciare ad alcune “promesse elettorali” degli attuali partiti di maggioranza (la stessa pressione fiscale ha toccato il 42,5%, il massimo dal 2020). Sarà anche interessante vedere come nel prossimo Documento programmatico di bilancio, da presentare entro metà ottobre, sarà incorporato l'impegno dell'Italia ad aumentare le spese militari; intanto il ministro Giorgetti ha iniziato a frenare sui ventilati tagli delle aliquote Irpef e su nuove rottamazioni.
È comunque l' economia reale , soprattutto, che avrebbe bisogno di una più decisa spinta; oltretutto l'impatto dei dazi di Trump si vedrà solo nei prossimi mesi. In compensazione di una probabile minore esportazione , ci vorrebbe una vera ripartenza dei consumi; a questo riguardo, se è vero che il mercato del lavoro ha visto una significativa dinamica occupazionale, va aggiunto che si tratta in molti casi di “lavoro povero” ed i salari italiani - se espressi in termini reali (ossia al netto della crisi) - continuano ad essere tra i più bassi dell'area euro. Senza un vero adeguamento salariale, i consumi non ripartono e la crescita continua ad essere debole.
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