La legge 76/2025 sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese ha compiuto da poco il suo primo anno di vita, e il bilancio che se ne può trarre è quello, di un cantiere ancora aperto più che di un edificio compiuto. La legge, vide una netta spaccatura tra le principali sigle sindacali, fortemente voluta e promossa dalla Cisl e osteggiata da Cgil e Uil. Le divisioni sindacali paiono ormai superate. Proprio nelle scorse settimane è stato sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil un documento che valorizza proprio la contrattazione come sede per sviluppare la partecipazione.
Il merito principale della norma è di aver dato finalmente attuazione, dopo quasi ottant’anni, all’articolo 46 della Costituzione, colmando un vuoto che si considerava ormai strutturale. Una legge pragmatica. Definisce una cornice normativa affidando la propria attuazione alla contrattazione collettiva. Infatti non impone obblighi alle imprese, ma costruisce un ventaglio di strumenti – partecipazione gestionale, economico-finanziaria, organizzativa e consultiva – da attivare su base volontaria e attraverso appunto la contrattazione. In altre parole potremmo dire che il provvedimento ha una funzione soprattutto promozionale, offrendo un quadro e incentivi per favorire modelli partecipativi nelle imprese.
È un impianto che per certi versi rispecchia la cultura industriale italiana, fatta di relazioni sindacali differenziate per settore e dimensione d’impresa, e che ha già trovato applicazione in casi concreti: il piano di azionariato diffuso di A2A, premiato dal Cnel e che porta a quota 29 le esperienze certificate dalla Commissione nazionale permanente.
Ma è proprio questa «volontarietà» a costituire, al tempo stesso, il principale tallone d’Achille della riforma. Un recente studio dell’associazione Adapt realizzato su 370 accordi aziendali firmati tra giugno 2025 e maggio 2026 non registra una crescita significativo nella diffusione delle forme di partecipazione previste dalla legge. Il rischio, segnalato da più osservatori, è che la partecipazione resti appannaggio delle imprese più strutturate e sindacalizzate, mentre il resto del tessuto produttivo – in particolare le piccole e medie imprese, spina dorsale dell’economia italiana – continui a considerarla un’opzione accessoria piuttosto che una leva di governance.



