La destra trumpiana non si piega a Israele

Due settimane. Tante ne chiede ora Donald Trump per decidere se intervenire o meno a fianco d’Israele nell’attacco militare all’Iran. Sappiamo bene che con Trump queste due settimane potrebbero estendersi a due mesi o ridursi a due giorni. Fatta la tara alla estrema volubilità del Presidente, è però utile ragionare sul perché Trump prenda ora tempo e le ragioni che lo hanno indotto ad abbandonare la linea, abbracciata solo poche settimane fa, del dialogo con Teheran, esprimendo invece pieno sostegno a Netanyahu. L’impressione, molto forte, è che come con Biden, Israele riesca a mettere anche questo Presidente di fronte al fatto compiuto. Che lo manipoli, in altre parole, promuovendo iniziative sconsigliate da Washington, che alterano il quadro complessivo e forzano gli Usa ad allinearsi all’alleato israeliano.
Un paradosso, questo, visto lo squilibrio di forza tra i due partner e la piena dipendenza securitaria e diplomatica del minore (Israele) dal maggiore (Stati Uniti). Ma un paradosso non inconsueto nelle relazioni internazionali, dove la cosiddetta «tirannia del debole» è meccanismo che può scattare in determinati contesti e rapporti. Nelle relazioni internazionali e ancor più in quella, per tanti aspetti speciale e unica, tra Usa e Israele. Tra i due stati e, oggi, soprattutto tra le due Destre, legate da un rapporto strettissimo e finanche osmotico. Netanyahu sa di poter contare su un solido appoggio, dentro l’amministrazione, al Congresso e, in parte, nell’elettorato repubblicano. Sa che vi sono falchi filoisraeliani – a partire dal Segretario di Stato, Marco Rubio, dall’ambasciatore a Gerusalemme, Mike Huckabee e da molti influenti senatori repubblicani – che ne condividono assunti strategici e ideologici.
Che ritengono non vi sia altra via che piegare l’Iran con la forza, producendo al contempo un cambiamento di regime e un radicale consolidamento dell’egemonia israeliana in Medio Oriente. Pensa, insomma, Netanyahu di poter forzare la mano senza timore che s’incrini l’appoggio statunitense allo speciale alleato israeliano. L’esperienza, lontana e vicina, sembra dargli ragione. Le turbolenze di questi giorni dentro il mondo conservatore statunitense ci mostrano però che qualche rischio Netanyahu lo corre. Fuori dalla Destra, l’ampio sostegno bipartisan a Israele è progressivamente evaporato e oggi un’ampia maggioranza dell’elettorato democratico, e un numero crescente di membri del Congresso, esprimono posizioni molto critiche nei confronti dell’alleato israeliano e simpatizzano sempre più per la causa palestinese.

Di bipartisan rimane invece l’ostilità ampia e trasversale dell’opinione pubblica a un coinvolgimento statunitense in una nuova guerra mediorientale. Su questo, i sondaggi ci dicono che anche una maggioranza di elettori repubblicani è risolutamente contraria. Elettori, quelli antinterventisti di Destra, cui danno voce influenti e radicali figure pubbliche del mondo Maga, come i giornalisti Steve Bannon e Tucker Carlson. Che denunciano il rischio di un tradimento delle promesse antinterventiste di Trump. Che irridono – come ha fatto Tucker con il senatore Cruz, un entusiasta sostenitore della guerra – l’ignoranza e l’inconsapevolezza dei falchi filoisraeliani. E che minacciano di creare una fronda in un movimento Maga finora sempre pienamente leale a Trump. In passato, il Presidente ha dimostrato di saperlo controllare pienamente questo movimento. Di riuscire a preservarne l’entusiastico sostegno anche di fronte a piroette e radicali cambiamenti di linea politica. Che prenda tempo oggi è però segnale che questo scontro fratricida e l’accusa di essere facilmente manipolabile da Netanyahu qualche riflessione la stanno imponendo.
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