Democrazie a rischio nella «zona grigia»

Chi è il custode della Costituzione? I giuristi tedeschi iniziarono a porsi questa domanda ai tempi della Repubblica di Weimar. E allora proprio l’assenza di un «custode» favorì il crollo delle istituzioni democratiche. Anche in virtù di questa esperienza, dopo la Seconda guerra mondiale si è spesso assegnato a corti specifiche il compito di vigilare sul rispetto dei principi di fondo. La decisione con cui la suprema corte rumena ha annullato l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali è però davvero clamorosa. E mostra in modo eclatante i rischi cui ci espone la contemporanea dilatazione della «zona grigia» fra pace e guerra.
Il drastico provvedimento della corte di Bucarest è stato infatti adottato dopo che i servizi di intelligence rumeni hanno rilevato una molteplicità di «azioni ibride aggressive», con cui Mosca avrebbe tentato di influire sul risultato delle elezioni. E, sempre secondo quanto sostengono i servizi rumeni, proprio questa attività coordinata dall’estero avrebbe determinato l’exploit del candidato filo-russo Calin Georgescu, collocatosi in testa dopo il primo turno elettorale (con una percentuale del 22,9%).
Anche in passato le grandi potenze cercavano di influire sulla politica interna di altri Stati, adottando quelle che vengono definite «misure attive». La crescente interconnessione comunicativa ed economica ha però moltiplicato esponenzialmente queste azioni. Le «misure attive» sono infatti diventate onnipresenti. E un ruolo di primo piano nel loro sviluppo è stato ricoperto proprio dalla Russia, che da molti anni può disporre di un’armata di troll e hacker. Il Cremlino interpretò infatti le «rivoluzioni colorate» (che vent’anni fa ebbero come teatro la Georgia, l’Ucraina e il Kirghizistan) come un modo con cui le potenze occidentali interferivano nella sfera di influenza russa «manipolando» le popolazioni locali. Agli occhi di Mosca si trattava di una guerra «ibrida», che utilizzava strumenti non militari. E proprio per contrastare questa strategia, la Russia – come altre potenze non democratiche – iniziò a sviluppare tecniche volte a influenzare le opinioni pubbliche occidentali, a influire sull’esito del voto in occasione delle campagne elettorali e, più in generale, a destabilizzare le democrazie. In questa prospettiva, la nuova guerra è diventata anche «sovversiva» e psicologica: benché la forza militare abbia ancora un ruolo centrale (come abbiamo visto negli ultimi anni), un’esigenza prioritaria è anche dividere, distrarre, demoralizzare le potenze avversarie. E ogni strumento (economico, psicologico, ideologico, religioso, ecc.) può essere utilizzato per la cosiddetta «information war».
Per riferirsi agli strumenti non-militari della guerra ibrida, gli analisti occidentali preferiscono utilizzare il concetto di «zona grigia». Ma, al di là dei termini, tutti concordano sul fatto che le minacce di domani saranno anche «ibride»: minacce in grado di sfruttare l’interconnessione economica, tecnologica e logistica per danneggiare i rivali. La dilatazione della zona grigia ci pone dunque, innanzitutto, dinanzi alla necessità di metterci al riparo dai rischi della vulnerabilità informatica. Accanto a questo, ci sono però almeno altre due questioni cruciali. Una di queste ha a che fare con la difficoltà di coniugare le esigenze di sicurezza con la tutela della libertà di espressione, senza cui la democrazia perderebbe uno dei suoi pilastri costitutivi. Mentre il secondo ha a che vedere proprio con il modo di «custodire» la Costituzione. Ed è su questo punto che il caso rumeno ci mostra quanto sia complicato trovare un punto di equilibrio.
Per quanto le ragioni della suprema corte di Bucarest possano essere fondate, l’annullamento dei risultati delle elezioni è infatti destinato, molto probabilmente, ad aprire una ferita difficile da rimarginare. Una parte degli elettori rumeni vedrà quasi certamente in questa decisione una lesione della vita democratica, più che un tentativo di tutelarla. Non possiamo inoltre neppure escludere che questa vicenda possa minare ulteriormente la già scarsa fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni (o persino dello stesso regime democratico). E che il tentativo di «custodire» la Costituzione possa alla fine partorire proprio quei risultati cui ambisce chi ricorre agli strumenti della guerra ibrida.
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