La democrazia strapazzata e il voto come chiave per cambiare le cose

Il grande caos. Donald Trump ha il terrore che le elezioni di metà mandato Usa, del prossimo novembre, modifichino i rapporti di forza parlamentari che gli consentono la piena maggioranza e quindi la possibilità di decidere a suo piacimento come governare la sua nazione e le zone di influenza che lo interpellano sulla scacchiera mondiale. Quindi deciderà il da farsi, delle prossime settimane, sulla scorta delle ripercussioni che prevederà per quella scadenza.
Può essere una buona notizia, se la si valuta come la necessitata consapevolezza del potere decisionale del voto popolare. Non affida un mandato assoluto e incontrollabile a chi ha eletto una volta, sulla scorta di un programma che intende sottoporre a verifiche che il sistema elettorale prevede proprio per confermare o correggere l’operato del presidente. Il rischio è una lunga campagna elettorale dagli esiti tutti da verificare e dalle mosse imprevedibili.
A maggior ragione se si tiene conto che Trump pare non volersi accontentare della seconda parte del secondo mandato presidenziale e già parla della eventualità di modificare il contesto normativo così da consentirgli di candidarsi per la terza volta, circostanza attualmente non prevista.
Maggioranza assoluta oggi per preparare una nuova discesa in campo, facendo paventare sconquassi indicibili in caso di fallimento del suo disegno. Comunque si tratterà di passaggi elettorali che la democrazia americana, per storia riconosciuta, non vuole archiviare.
Si parla, con insistita richiesta di riconoscimento di uno specifico nobel sanzionatorio, di cammini di pace, ma intanto si confermano i conflitti in atto e si profilano ulteriori fronti di inusitata portata, si pensi al versante Iran. Noi europei seguiamo con apprensione le sortite di Trump, che nel suo disegno mondiale guarda con confermata diffidenza alle mosse delle nostre singole nazioni e della unione tutta. L’Europa cosa è, per noi e per lui?
I rapporti con Cina ed India subiscono modifiche che raccontano la volontà di non restare succubi passivi, anche se permane l’obiettivo di non sanzionare una discesa in campo permanentemente competitiva con gli Stati Uniti. Essere soggetto protagonista in una relazione di alleanza. Che fa i conti con i rispettivi bilanci finanziari.
Quel che farà Trump inciderà sulle scelte anche nazionali, che hanno un passaggio di verifica elettorale, confermata per il 22 e 23 marzo, con il referendum, valido a prescindere dal numero degli elettori, sulla riforma della giustizia. Vede schierati, senza esclusione di colpi, i comitati del sì e del no. Il governo si chiama fuori da una conta pro o contro il suo operato, ma l’esito condizionerà i passaggi successivi.
Siamo, ancora una volta, al fatto che il nostro sistema democratico, pur strapazzato malamente dal rincorrersi di proclami di desuetudine, ha nel voto la sua chiave di volta che lo legittima. Se si vuole accedere ad un altro sistema la Giornata della memoria è lì a ricordarci che si parla non di un passato consegnato alla memoria degli archivi, piuttosto di una eventualità luttuosa che può rinnovarsi se si disarma la pace.
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