Gli scenari interni, le minacce trumpiane e le scadenze in calendario

Il presidente americano vuole dettare l’agenda: chi lo disturba si vede mostrare i muscoli del diritto della forza a plasmare scelte e comportamenti conseguenti
Donald Trump - Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il calendario gira le sue pagine, modificando l’ordine degli appuntamenti da affrontare e lasciando le priorità di fondo che si rincorrono nel tempo. Protagonista rimane il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che vuole dettare l’agenda mondiale, usando il bastone e la carota. In realtà vuole condizionare i comportamenti di presunti ex alleati, che considera un fardello e vuole rendere partecipi dei costi piuttosto che dei profitti.

Al contempo si misura – alternando il muso duro a occasioni di compartecipazione – con avversari storici, con i quali immagina di disegnare i nuovi confini delle rispettive aree di influenza. La vittima sacrificale è l’Europa, i contropoteri riconosciuti la Russia e la Cina. Chi lo disturba si vede mostrare i muscoli del diritto della forza a plasmare scelte e comportamenti conseguenti.

Vale per il Venezuela, l’Ucraina, la Groenlandia, l’Iran per citare gli eventi più attuali. La questione è che si tratta di situazioni complesse, che non hanno un percorso lineare, non propongono una unica verità e quindi gli consentono di spostare a piacimento le pedine sulla scacchiera, approfittando della molteplicità delle analisi concorrenti.

Non disdegnando l’uso disinvolto dei ricatti commerciali e finanziari. Cosa vuole essere l’Europa? Presa a ceffoni a giorni alterni, mentre è considerata un mercato privilegiato, privo di una autentica guida politica. E come intende proporsi, al suo interno, l’Italia?

Se ascoltiamo i notiziari politici e le dichiarazioni dissonanti dei diversi protagonisti andiamo dal descriversi quali protagonisti di una necessaria riscrittura della trama comune, a passivi vassalli dei comportamenti statunitensi. Passivi e incapaci di trarre vantaggi suppletivi dal comportamento ancillare.

Il fatto è che la politica estera si intreccia a fondo con i cammini interni, a partire da quelli che hanno per posta lo scontro sulla giustizia e infiammano le aule parlamentari e i comitati che si contendono un sì oppure un no sul referendum costituzionale. Si ha un bel dire che sarà una partita giocata sul merito delle questioni, non sul sostegno o il contrasto al Governo Meloni.

In realtà rafforzerà gli uni e indebolirà gli altri, intersecandosi con il sostegno a Trump o la presa di distanza dal suo operato. Capita di frequente di sentire domandare come comportarsi con il referendum: se è più rischiosa una magistratura che si fa partito politico concorrente oppure una politica che tiene al guinzaglio la magistratura organizzata che la contrasta.

Con la premessa che si intende partecipare al voto e non rifugiarsi in una diserzione dell’urna che lascia agli altri il potere della decisione. Si vota a marzo, c’è tempo per assistere ai modi di porsi rispetto ai contrasti internazionali e di assumerne ulteriori elementi di analisi rispetto alle questioni nazionali.

Pare che le prossime saranno settimane di assunzione di un più di responsabilità individuale e comunitaria, che frenano il ricorso alla passività della delega in bianco. Non si gireranno semplicemente le pagine del calendario, si compileranno gli esiti delle scadenze maturate.

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