Opinioni

Definire le persone «risorse» dà una loro visione impoverita

La riflessione in occasione dell’International Human Resource Day
Cinzia Pollio
Due persone sul posto di lavoro
Due persone sul posto di lavoro

Oggi si celebra la Giornata internazionale delle Risorse Umane (HR Day) e la prima domanda da porci è: ha ancora senso, se mai ne abbia avuto, parlare di «risorse» umane?

Le parole non sono neutre. Una risorsa è qualcosa che si utilizza in funzione di un risultato, definire le persone «risorse» riflette una visione impoverita dell’uomo e del lavoro. Cosa significhi essere umani è, nell’epoca dell’AI, la domanda più radicale, ben oltre questioni, pur rilevanti, come quali professionalità e competenze saranno richieste dal mercato nel futuro.

È una domanda che attraversa il lavoro di Morelli e Gallese nel libro «Essere umani». Spiegano come l’essere umano non sia nemmeno paragonabile a un apparato, una funzione cognitiva. L’essere umano è coscienza incarnata, esperienza interiore, emozione, relazione, immaginazione.

Oggi diventa essenziale comprendere e custodire questa differenza. Non ha senso definire l’intelligenza artificiale «intelligente», perché non ha corpo e non possiede coscienza. Elabora risposte, ma non conosce il significato dei simboli e il loro impatto sulla vita delle persone. La coscienza incarnata rappresenta il punto radicale di distinzione dell’umano. È ciò che rende possibile la libertà interiore, il discernimento, la relazione, ciò che rende l’essere umano un soggetto vivente. Abbiamo davanti il rischio antropologico di sviluppare strumenti sempre più sofisticati senza prenderci cura sufficiente della coscienza e dell’umanità di chi li utilizza. Qui si apre una questione cruciale per chi si occupa di istruzione, formazione e persone nelle organizzazioni.

Per anni abbiamo lavorato sulle hard e poi sulle soft skills. È importante, ma non sufficiente. Il paradigma delle soft skills mostra un limite profondo: rischia di scomporre l’essere umano in abilità atomizzate, leadership, comunicazione, collaborazione, ecc., spesso dissociate dalla natura sistemica della persona. Dobbiamo passare all’obiettivo dello sviluppo umano integrale.

La competenza decisiva, come ben noto agli antichi, è la conoscenza di sé, che non nasce dall’accumulo di informazioni ma richiede un lavoro personale profondo: dare voce al proprio corpo, osservare le emozioni, gli automatismi, il proprio modo di stare al mondo e nelle relazioni. Ulteriori competenze umane fondamentali dovrebbero essere, come indica l’ultimo documentario sul Dalai Lama, quelle che costruiscono la felicità nostra e della nostra specie.

Se si studiano le tradizioni sapienziali si comprende che tutte convergono su qualità come: consapevolezza, saggezza, presenza, equilibrio, integrità, responsabilità e interconnessione. Queste sono le sfide più grandi che abbiamo davanti sia verso noi stessi che verso le persone di cui ci prendiamo cura: conoscenza di sé e sviluppo delle qualità umane fondamentali. Per chi si occupa di persone nelle organizzazioni, raccogliere queste sfide vuol dire passare da dispositivi che utilizzano e gestiscono risorse a comunità che aiutano gli esseri umani a fiorire.

* Direttrice generale di Fondazione Aib

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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