Dazi Usa contro l’India: duro colpo alla strategia dell’Indo-Pacifico

Con una mossa che rischia di produrre effetti destabilizzanti ben oltre il piano commerciale, l’amministrazione Trump ha annunciato un aumento fino al 50% delle tariffe su una serie di merci importate dall’India, distribuito su due fasi temporali - la prima immediata, la seconda prevista entro tre settimane - a segnare una strategia di pressione progressiva. Il provvedimento, giunto senza un vero preavviso e in assenza di un confronto diplomatico preventivo, rappresenta un brusco scarto rispetto alla narrativa dominante degli ultimi anni, incentrata sull’avvicinamento tra le due maggiori democrazie del mondo. A essere colpita non è solo un rapporto economico che, nel 2024, ha generato oltre 200 miliardi di dollari in scambi di beni e servizi tra i due Paesi, ma una relazione politico-strategica che molti consideravano ormai consolidata.
La giustificazione ufficiale addotta da Washington ruota attorno a un vecchio nodo mai risolto: l’importazione da parte dell’India di petrolio russo a prezzi scontati. Una pratica che Nuova Delhi ha difeso con decisione fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, in nome della sicurezza energetica nazionale.
Ma nella logica dell’«America First» reinterpretata da Trump in chiave geopolitica, quella scelta assume oggi un significato che va oltre il pragmatismo economico: è letta come un segnale di ambiguità strategica, come una deviazione da quel sistema di alleanze anti-Cina che Washington tenta faticosamente di costruire nell’Indo-Pacifico. Il problema, tuttavia, è che le tariffe appena imposte rischiano di disfare più di quanto possano proteggere. Negli ultimi mesi, si stava lavorando - per quanto lontano dai riflettori - a un accordo commerciale «favorevole» tra Stati Uniti e India, volto a ridurre le barriere non tariffarie e a promuovere una maggiore integrazione delle catene del valore. Quel progetto, ora, sembra definitivamente archiviato. La decisione unilaterale della Casa Bianca mina la fiducia reciproca, rilancia la narrativa indiana dell’autonomia strategica e offre su un piatto d’argento argomenti a chi, all’interno del sistema Modi, spinge per un ripensamento dei legami con l’Occidente.
Heartiest congratulations my friend @realDonaldTrump on your historic election victory. As you build on the successes of your previous term, I look forward to renewing our collaboration to further strengthen the India-US Comprehensive Global and Strategic Partnership. Together,… pic.twitter.com/u5hKPeJ3SY
— Narendra Modi (@narendramodi) November 6, 2024
Proprio in questo quadro si inserisce un altro dato che non può essere ignorato: la notizia che il primo ministro indiano Narendra Modi si recherà in Cina alla fine di agosto per partecipare al vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO), che si terrà a Tianjin. Si tratterà della sua prima visita nel Paese dal 2018 - un evento simbolicamente rilevante, considerando i rapporti tesi degli ultimi anni, soprattutto dopo gli scontri armati nella zona del Ladakh. Pur non trattandosi di un incontro bilaterale, la semplice presenza di Modi in Cina, in un momento di raffreddamento con Washington, riapre il gioco diplomatico e offre segnali che vanno oltre il rituale multilaterale.
A rendere la decisione ancora più controversa è il silenzio della Casa Bianca nei confronti della Cina: nel comunicato ufficiale, non vi è alcuna menzione a Pechino, pur essendo anch’essa tra i principali acquirenti di petrolio russo. Il messaggio appare così selettivo, se non apertamente contraddittorio. L’India viene isolata come problema a sé, ignorando il più ampio contesto strategico in cui si muove. Una miopia che contrasta con la logica stessa dell’Indo-Pacifico come teatro di contenimento dell’influenza cinese. Colpire economicamente l’India senza inquadrare l’azione in una visione coerente di lungo periodo significa agire in modo reattivo, più che strategico. E soprattutto significa indebolire l’unico potenziale partner regionale in grado, demograficamente ed economicamente, di rappresentare un contrappeso credibile alla Cina.
L’elemento più problematico di questa scelta sta quindi nella sua natura fondamentalmente contraddittoria. Da un lato, gli Stati Uniti chiedono all’India di assumere un ruolo centrale nel contenimento della Cina - come dimostrano i recenti vertici del Quad (il dialogo strategico tra Stati Uniti, India, Giappone e Australia nato per contenere l’influenza cinese nell’Indo-Pacifico), l’attenzione al Mar Arabico e la cooperazione nel campo delle tecnologie sensibili. Dall’altro, le puniscono con tariffe punitive per aver mantenuto un margine di autonomia rispetto all’agenda occidentale sulla guerra in Ucraina. In termini politici, è un messaggio dissonante: l’India viene trattata come partner strategico quando serve, e come «violatore» delle regole quando non si allinea pienamente. È una dinamica asimmetrica che Nuova Delhi non può accettare a lungo.
La risposta indiana non è ancora arrivata, ma le prime reazioni filtrate da ambienti governativi parlano di «profonda delusione» e di una «decisione politicamente miope». In effetti, se l’obiettivo era quello di esercitare pressione per modificare il comportamento energetico dell’India, le nuove tariffe rischiano di produrre l’effetto opposto: rafforzare il discorso nazionalista interno, accelerare la ricerca di partner alternativi e innescare una spirale di ritorsioni che potrebbe estendersi a settori strategici come la difesa, l’hi-tech o la cooperazione spaziale.
Da tempo l’India si muove su una linea sottile tra cooperazione e autonomia, tra multipolarismo tattico e pragmatismo geopolitico. Ma quando la pressione si fa eccessiva e unilaterale, il rischio di scivolare da una postura equilibrata a un nuovo allineamento diventa concreto. Soprattutto se altri attori - come la Cina o persino la Russia - si mostrano più inclini a trattare Nuova Delhi come interlocutore alla pari.
In ultima analisi, le tariffe imposte dagli Stati Uniti non sono solo un errore di tempismo: sono un errore di visione. Nel tentativo di riaffermare una leadership commerciale muscolare, Washington rischia di compromettere una delle poche relazioni globali in cui strategia e valori democratici sembravano convergere. E mentre la Cina osserva in silenzio, l’India prende atto: non basta essere la «più grande democrazia del mondo» per essere trattati da partner; serve anche che l’altro voglia davvero costruire un’alleanza - e non solo imporre condizioni. In un’epoca in cui ogni scelta bilaterale produce onde sistemiche, anche un dazio può diventare un detonatore geopolitico.
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