Europa divisa contro gli Usa: sui dazi né resa né vittoria

Voci politiche diverse si sono levate contro l’impegno europeo a investire nell’America di Trump: un impegno che è stato reclamato dal tycoon con minacce di far saltare l’accordo
Europa divisa contro gli Usa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Europa divisa contro gli Usa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Dice il proverbio: «Tanto tuonò che piovve». I dazi di Trump sono entrati in vigore. Sarà, per l’Ue un nubifragio, come alcuni suoi leader temono o un semplice acquazzone come altri suoi leader hanno giudicato l’accordo del 27 luglio? Emmanuel Macron aveva parlato di «compromesso improvvisato», frutto della debolezza dell’Ue: «Non siamo stati abbastanza temuti». Il suo primo ministro François Bayrou, l’aveva definito una giornata buia.

Friedrich Merz si aspetta «danni considerevoli» per la Germania e l’Ue, ma lo considera come il migliore possibile, date le circostanze. Pedro Sanchez ha dichiarato di sostenerlo, ma senza entusiasmo. Giorgia Meloni vi vede una notizia positiva, ha tuttavia rinviato il giudizio ai dettagli, ossia delle esenzioni per i prodotti «strategici», aspetti ancora da definire. Questo spettro dei giudizi è l’immagine delle divisioni tra i leader europei.

Le cose avrebbero potuto certamente andare meglio, ma se così non è stato è ingeneroso, per non dire ingiusto, gettare l’intera colpa sulla Commissione e su chi la guida. Trump, da spregiudicato negoziatore, ha preso di mira il punto debole dell’Ue, appunto la sua scarsa coesione. In queste circostanze, ossia avendo alle sue spalle posizioni da falchi e colombe, von der Leyen non ha potuto fronteggiare Trump ad armi pari.

Il confronto è stato come tra chi detiene poteri forti e li esercita in modo spavaldo e chi negozia senza un mandato unitario e deve soddisfare esigenze tra loro distanti. Quanto è mancato alla presidente è stato l’appoggio del Consiglio europeo, non convocato da un presidente, Antonio Costa, brillante di sola assenza. Ma neppure sollecitato da chi ne fa parte.

Se davvero è stata una giornata buia, per riprendere l’espressione di Bayrou, se veramente «tutto è perduto, a cominciare dall’onore», parole di un autorevole commentatore nostrano, è a queste dinamiche cui bisogna guardare, causa dell’impari lotta. Eppure, la giornata non è stata buia, mentre l’onore neppure è stato scalfito. Non si è ottenuto il 10 per cento del Regno Unito, qui i secolari (tra guerre e salde alleanze) rapporti bilaterali hanno giocato più di ogni altro fattore, ma il risultato, in termini di dazi, è ben più soddisfacente di quello canadese e messicano, per non parlare della Cina o dell’India.

Può un 15 per cento mettere in scacco l’economia europea, o almeno quella sua parte maggiormente legata al mercato americano? Molto dipende dai settori. Di qui l’importanza per quelle produzioni, tra le quali il nostro agroalimentare, meno suscettibili a incrementi di produttività, di negoziare esenzioni totali o parziali.

Il presidente Donald Trump - Epa/Yuri Gripas
Il presidente Donald Trump - Epa/Yuri Gripas

Per le restanti, vi è la via della ricerca di una maggior competitività. Qui la responsabilità grava sui governi, per una regolamentazione più leggera, tale da favorire la libertà di azione e le potenzialità di crescita delle imprese europee. Il mondo è ben più vasto degli Stati Uniti, se questo mercato si fa più ostico, altri possono aprirsi grazie a nuovi accordi commerciali. Di nuovo, è responsabilità dei governi appoggiare le iniziative della Commissione in tal senso.

Voci si sono levate contro l’impegno europeo (ma anche il Giappone lo ha fatto) a investire negli Usa, reclamato da Trump con minacce di far saltare l’accordo e di aumentare in misura stratosferica i dazi. Ora, gli investimenti esteri sono una componente delle strategie delle imprese a livello globale. Rispondono a calcoli di convenienza. I dati del 2024, dunque precedenti il ciclone Trump, gettano buona luce sulla capacità di attrazione degli Usa, con un più 23 per cento, e su quanto poco sia attrattiva l’Europa con un meno 58 per cento. Farsi più coesi e competitivi è la miglior risposta al protezionismo di Trump.

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