Dazi e scontro Usa-Cina, Xi Jinping cerca alleati

Da qualche ora, il presidente cinese Xi Jinping è arrivato ad Hanoi per dare il via a un tour attentamente orchestrato nel Sudest asiatico, con tappe successive in Malesia e Cambogia. Presentato ufficialmente come una riaffermazione della «diplomazia di buon vicinato» e della cooperazione regionale, il tempismo e l’agenda della visita ne rivelano chiaramente lo scopo strategico: si tratta fondamentalmente della più diretta controffensiva geopolitica di Pechino alla rinnovata pressione economica lanciata dagli Stati Uniti.
A meno di due mesi dal suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha reintrodotto e ampliato i dazi sulle importazioni cinesi, portandoli al 145% su un’ampia gamma di beni, rilanciando con forza senza precedenti la sua piattaforma economica «America First». Pechino ha risposto con tariffe di ritorsione al 125% sui prodotti americani, ma è consapevole che risposte simmetriche non sono sufficienti.
Chinese President Xi #Jinping arrives in #Malaysia with a message: #China’s a better partner than #Trump pic.twitter.com/4Vz7Fpzgpk
— Nooragha Habibi | نورآغا حبيبي (@nooragha444) April 16, 2025
È necessaria una più ampia ricalibrazione della diplomazia economica – ed è proprio ciò che il viaggio di Xi intende avviare. La ragione principale del viaggio di Xi nel Sudest asiatico è dunque il riposizionamento strategico. Per Pechino, quell’area del continente asiatico non rappresenta solo la sua immediata periferia geopolitica, ma anche il perno di diverse iniziative chiave, tra cui la Belt and Road Initiative (BRI), il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), e la più ampia narrativa delle «soluzioni asiatiche ai problemi asiatici». La visita di Xi mira a rafforzare la pretesa della Cina alla leadership regionale in un momento in cui Washington non solo sta imponendo varie restrizioni economiche, ma sta anche rafforzando le proprie alleanze strategiche nell’Indo-Pacifico attraverso meccanismi come il Quad e l’Aukus.
Ad Hanoi, prima tappa del tour, Xi ha incontrato il Segretario Generale To Lam e il presidente Luong Cuong. Sono stati firmati oltre 40 accordi, incentrati sulla facilitazione del commercio, le infrastrutture transfrontaliere e il coordinamento delle catene di approvvigionamento. Di particolare rilievo è l’annuncio di un nuovo progetto ferroviario ad alta velocità che collegherà il Vietnam settentrionale alla provincia cinese del Guangxi, un chiaro riferimento all’obiettivo cinese di integrare maggiormente la regione nel proprio ecosistema logistico ed economico.
President Xi Jinping, accompanied by General Secretary of the Communist Party of Vietnam Central Committee To Lam, attended a wreath laying ceremony at the Ho Chi Minh Mausoleum in Hanoi, Vietnam, on Tuesday. #XiJinping #XiVisit pic.twitter.com/rAqC0dVhtP
— Xi's Moments (@XisMoments) April 15, 2025
Va notato che il Vietnam ha tratto vantaggio dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, attirando molte aziende manifatturiere in fuga dalla Cina per evitare i dazi americani. Tuttavia, come dimostra la visita di Xi, Pechino scommette sul fatto che la prossimità geografica, l’interdipendenza economica e l’allineamento politico tra élite autoritarie offrano ancora margini di influenza. Con accordi commerciali e infrastrutturali di lungo periodo, la Cina intende prevenire che questi Paesi si avvicinino troppo all’orbita della strategia statunitense di contenimento.
Un secondo obiettivo chiave del viaggio è smontare la percezione di un crescente isolamento economico della Cina. Mentre gli Stati Uniti tentano di costruire un blocco di «partner affidabili» attorno alla strategia del «friend-shoring», la Cina raddoppia l’impegno nelle relazioni regionali per presentarsi come il centro di un ordine alternativo di commercio e investimenti. In tal senso, la visita ha anche una funzione performativa. Il discorso di Xi a Hanoi sottolinea il multilateralismo, la stabilità delle catene di approvvigionamento e la condanna del «protezionismo unilaterale».
Il messaggio è chiaro: la Cina vuole posizionarsi come una potenza economica responsabile, rispettosa delle regole, in contrasto con un’America unilaterale e destabilizzante. Ma la posta in gioco non è solo retorica. L’economia globale sta vivendo una frammentazione strutturale, con standard, zone commerciali e sistemi digitali concorrenti. La leadership cinese sa bene che l’accesso ai mercati emergenti, in particolare nel Sudest asiatico, è cruciale non solo per compensare le perdite nei mercati statunitensi ed europei, ma anche per plasmare l’architettura istituzionale dell’economia globale post-neoliberale. L’eventuale rafforzamento dell’Area di Libero Scambio Cina-Asean, che sarebbe in discussione in Malesia, va letto in questa prospettiva di lungo periodo.
In aggiunta, il viaggio di Xi nel Sudest asiatico è anche un segnale del fatto che la Cina può rispondere sul piano economico, ma non solo attraverso dazi simmetrici. Invece di isolarsi in una posizione difensiva, Pechino sta cogliendo l’occasione per avanzare un’agenda regionale assertiva che trasformi una crisi in opportunità. Presentandosi come fulcro della connettività e dello sviluppo regionale, la Cina punta a vincere la partita nel lungo periodo: fare in modo che, quando le catene globali del valore si riorganizzeranno, lo facciano attorno a Pechino, e non a Washington. Questa strategia include non solo progetti infrastrutturali e accordi commerciali, ma anche elementi di soft power; Xi ha promesso di aumentare gli scambi educativi, offrire assistenza agricola ed espandere la cooperazione digitale. Misure meno visibili di un dazio, ma potenzialmente più durature.
Infine, il viaggio di Xi è anche un messaggio diretto, seppur diplomaticamente moderato, agli Stati Uniti: la Cina non si farà mettere all’angolo. A differenza dei toni più aggressivi del passato, Pechino sta scegliendo un approccio più sottile, ma non per questo meno deciso. La retorica di Xi sulla «cooperazione vantaggiosa per tutti» e sui rischi della «coercizione economica» evita di nominare esplicitamente gli Stati Uniti, ma il riferimento è evidente. In molti sensi, questo riflette una presa di coscienza più profonda all’interno della leadership cinese: l’epoca dell’interdipendenza con l’Occidente è finita.
La nuova fase richiede resilienza, diversificazione e la costruzione di lealtà politiche – o almeno di allineamenti strategici – con partner regionali chiave. Non si tratta solo di sopravvivere ai dazi statunitensi, ma di gettare le basi di un ordine internazionale parallelo in cui sia la Cina, e non gli Stati Uniti, a dettare le regole.
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