Dall’incredulità alla consapevolezza per l’ennesimo femminicidio

Tremila «battute», spazi inclusi, sono poche per dar voce ai miei brulicanti pensieri scaturiti dopo l’ennesimo «delitto di coppia». Pensieri che mi impediscono, oggi, di parlar d’altro. Tremila battute che assumono la semplice forma di un enorme punto interrogativo il cui lato uncinato ci tiene tutte appese ad un atroce dubbio: stiamo dormendo accanto al nostro assassino? Lui? Proprio lui? Il padre dei nostri figli?
Perché Federica Torzullo (e diciamolo per esteso il nome delle vittime invece di farlo scomparire a favore di quello dei loro assassini) del marito diceva che era un santo e quindi l’ultima cosa che si sarebbe aspettata, immaginiamo, era che, improvvisamente, la uccidesse con il coltello della cucina (se non ammazzano di botte usano spesso i coltelli, non a caso si definisce: «arma fallica»). Che dentro a quel volto, che conosceva bene, ci fosse il solito, banale, redivivo neanderthal che invece di andarsene da casa, rifacendosi una vita, le ficca nella carne venti furiose coltellate per spegnerle ogni possibilità di farlo lei per prima.
Poi la brucia, ormai cadavere, ed infierisce e poi pulisce, nasconde, torna dai suoi e mette in scena, per giorni, il repertorio del marito preoccupato (di farla franca, magari con la fuga). Un caso al cui orrore si è aggiunto il suicidio sistemico dei suoi genitori: quasi un farlo loro al posto suo. Un deserto di sentimenti con al centro, ora, il suo bambino che invece dei soliti abbracci, dalla sera alla mattina si è trovato addosso, da reggere, un peso più grande di lui e lo dovrà fare per sempre.
E Noi? Al cospetto di queste ataviche tragedie, cosa facciamo? Gli increduli. Un’incredulità comoda ma inaccettabile perché non fa altro che giustificare la violenza dell’uomo come fosse un fatto sentimentale privato mentre quella violenza è figlia di un sistema che l’ha accettata fino al 1981, ripeto: 1 9 8 1.
Con norme che, proteggendo l’ordine familiare più della vita della donna, hanno contribuito a rendere spiegabile, quasi dovuta, la sua eliminazione. L’uomo che uccide non tollera l’autonomia della «sua» donna perché infrange l’ordine simbolico su cui ha costruito sé stesso e la sua identità. Ed è l’esito coerente di un’asimmetria relazionale diffusa, antica, che vede la donna raramente come soggetto libero, anche sessualmente, ma come propaggine di chi «la prende», la «possiede» e la controlla, che sia il marito, il padre, in certe culture anche il fratello.
«Il problema della donna è sempre stato un problema di uomini, ciò perché nell’umanità la superiorità non è accordata al sesso che genera ma a quello che uccide. È qui la chiave di tutto il mistero», ci dice Simone de Beauvoir. Finché non capiremo questo, l’amore, per ognuna di noi resterà un luogo potenzialmente mortale. E finché il diritto continuerà ad intervenire dopo, cambiando nome ai delitti, senza interrogarsi sulle strutture antropologiche che rendono possibile la violenza, resterà il maggior complice.
Il sogno è che il martirio di Federica e di tutte le altre, che vorrei nominare ad una ad una, diventi almeno occasione di una trasformazione reale del modo in cui pensiamo l’amore, il potere, la relazione, la sessualità femminile, la responsabilità e, soprattutto del modo in cui gli uomini si identificano. Perché non c’è nulla di privato in una morte iscritta, silenziosamente, in un ordine che la rende possibile. Basta essere increduli. Occorre essere consapevoli.
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