Tremila «battute», spazi inclusi, sono poche per dar voce ai miei brulicanti pensieri scaturiti dopo l’ennesimo «delitto di coppia». Pensieri che mi impediscono, oggi, di parlar d’altro. Tremila battute che assumono la semplice forma di un enorme punto interrogativo il cui lato uncinato ci tiene tutte appese ad un atroce dubbio: stiamo dormendo accanto al nostro assassino? Lui? Proprio lui? Il padre dei nostri figli?
Perché Federica Torzullo (e diciamolo per esteso il nome delle vittime invece di farlo scomparire a favore di quello dei loro assassini) del marito diceva che era un santo e quindi l’ultima cosa che si sarebbe aspettata, immaginiamo, era che, improvvisamente, la uccidesse con il coltello della cucina (se non ammazzano di botte usano spesso i coltelli, non a caso si definisce: «arma fallica»). Che dentro a quel volto, che conosceva bene, ci fosse il solito, banale, redivivo neanderthal che invece di andarsene da casa, rifacendosi una vita, le ficca nella carne venti furiose coltellate per spegnerle ogni possibilità di farlo lei per prima.




