La cultura come casa nel mondo e a Brescia

Che peso ha la cultura in un Paese dove per la cultura si spende poco e sempre meno? Lo spiega il recente rapporto Censis: la spesa delle famiglie italiane per beni e attività culturali è calata del 34,6%, quella per smartphone e pc è cresciuta del 723%... La spesa per i libri è calata del 24,6% e quella per giornali e riviste del 48,3%.
Eppure il mondo della cultura sta manifestando una vivace elaborazione critica e progettuale. Anche per la cultura vale il paradosso dell’economia: di fronte a un trend calante la sfida vera sta nell’aumentare gli investimenti. In fondo è quello che ha appena deciso di fare la Loggia, presentando il piano strategico 2030, e riprendendo le mosse dalla positiva esperienza dell’annata da Capitale della cultura.
La spesa corrente della città dovrebbe salire dal 4,35% (circa 14 milioni di euro su 320) al 4,7%. Si punta sul recupero dell’antico teatro romano, ma soprattutto su un rete di cinque hub, dal Moca in centro alla Biblioteca del Prealpino in periferia. Parole chiave del piano: accessibilità, inclusività, prossimità, partecipazione.
Sono le stesse linee emerse a Roma, all’incontro «Cultura e comunità» di Federculture, la rete di aziende, società ed enti, pubblici e privati, del settore.
«Cultura e comunità si intrecciano» ha detto nella sua lezione magistrale il cardinale José Tolentino de Mendonça, capo del Dicastero della cultura di Santa Romana Chiesa, intellettuale e poeta di fama mondiale, che ha declinato il tema su quattro «movimenti»: ascolto, immaginazione, cura e alleanza.
L’ascolto è il primo «gesto culturale», sia verso le persone che «nella solitudine urbana hanno bisogno di comunità», sia verso i territori, «perché ogni luogo possiede una memoria, un genius loci originale, un patrimonio fatto non solo di monumenti ma di abitudini, di tradizioni, di relazioni umane».
La cultura è cura e inclusione: «Basta osservare ciò che accade in musei, biblioteche, teatri per accorgersi che la cultura offre un balsamo sottile alle ferite della comunità». La cultura è immaginazione perché «è la capacità di vedere ciò che ancora non c’è, di anticipare un possibile anche quando il reale ci appare chiuso e ostile».
La cultura è alleanza come «intelligenza collettiva e dialogo», è «arte della convivenza» e «offre un respiro lungo di cui abbiamo bisogno in un’epoca dominata da immediatezza e reazione istantanea». All’assemblea di Fedecultura è stato donato ai partecipanti un saggio di Romano Guardini, edito da Morcelliana. Il filosofo e teologo italo-tedesco spiegava che l’opera d’arte è tale solo se è «forma che rivela», capace di indagare la dimensione umana e il mondo in cui vive.
Concetto d’intatta validità ancor oggi in piena transizione tecnologica, com’era emerso, qualche giorno prima, al convegno promosso dalla rivista «Umanesimo tecnologico IO01» e dall’Hdemia Santa Giulia, nell’auditorium di Brescia Musei. La tecnologia amplia l’orizzonte dei «mondi possibili», ma la dimensione umana resta il fulcro che dà un senso. Guardini scriveva nella Germania del 1947.
Negli stessi mesi l’Assemblea costituente in Italia sanciva, nell’articolo 9 della Carta, che la cultura è uno dei pilastri della Repubblica, essenziale per l’identità nazionale specie come «presidio dinamico di democrazia e cittadinanza» (parole del direttore di Federculture, Francesco Spano).
Fanno eco, in tutt’altro contesto, le parole di Suhanya Raffel, presidente del Comitato internazionale dei musei di arte moderna, riunito a Torino: «In un mondo sfiduciato, solo i musei sono un luogo dove ci si sente a casa».
Da lei, direttrice del M+ di Hong Kong, giungono indicazioni interessanti: le istituzioni culturali sono tra i pochi punti di riferimento in un’epoca di sfiducia e di mancanza di dialogo, e «i musei sono posti in cui la comunità crede e a cui chiede conoscenza».
Raffel è convinta che sia arrivato il momento di rallentare, «fare meno per fare meglio». Ed ecco un’osservazione valida anche dalle nostre parti: è passata la stagione delle grandi mostre, e forse non è un male perché «la mostra passa e va», mentre una valorizzazione delle collezioni interne ai musei ha una ricaduta più durevole ed efficace nel tempo.
La cultura come casa. Forse ha ragione il cardinale-poeta Tolentino De Mendonça a sostenere che la cultura è «una comunità senza uniformità... una costellazione di presenze raccolte, ciascuna immersa nella propria ricerca, ma tutte orientate da un medesimo cielo».
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