Nel febbraio del 1945, a bordo dell’incrociatore Quincy, il presidente Roosevelt, di ritorno da Jalta, incontrò il sovrano saudita Abdulaziz Ibn Saud. Da quel colloquio nacque uno dei patti di stabilità più importanti della seconda metà del Novecento: petrolio saudita per Washington e sicurezza americana per Riyadh.
A metà degli anni Settanta il petrolio fu invece la contropartita energetica al centro del Progetto Flower, cooperazione clandestina tra Iran e Israele oggi politicamente inconcepibile. Attraverso la promessa di forniture petrolifere a Tel Aviv, Teheran avrebbe ottenuto know-how missilistico israeliano. L’intreccio tra sicurezza energetica, protezione e stabilità è una delle chiavi di lettura essenziali delle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente e del Golfo Persico.
Nato nel contesto della Guerra Fredda, questo paradigma ne ha travalicato i confini temporali ed è ancora operativo, ma in una forma più instabile e pericolosa. In passato, pur dentro rapporti asimmetrici e calcoli di potenza, il nesso tra energia e sicurezza tendeva a produrre ordine, garantiva flussi, consolidava alleanze, rendeva più prevedibile l’equilibrio regionale. Nel contrasto tra USA e Iran riemerge invece come strumento di pressione in una crisi aperta. La possibilità di condizionare il traffico nello Stretto di Hormuz non serve a costruire un nuovo equilibrio regionale, ma a rafforzare la posizione negoziale dell’Iran mentre il dossier nucleare resta rinviato.
Al petrolio si aggiunge così l’atomo, nuova misura del potere regionale e nodo decisivo della trattativa. Ciò non significa che la proposta iraniana sia formalmente un accordo sul nucleare: il dossier atomico ne rappresenta lo sfondo strategico, non l’oggetto dichiarato. Teheran la presenta come un piano politico per chiudere la guerra, ristabilire la sicurezza marittima nel Golfo e riportare la crisi dentro un quadro negoziale più ampio. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha sostenuto che il piano non contiene dettagli sul nucleare e che le priorità sono la fine delle ostilità, la riapertura piena dello Stretto e la cessazione delle misure coercitive statunitensi contro navigazione e infrastrutture iraniane.

La divergenza con Washington nasce dunque non tanto sull’esistenza di un negoziato, quanto sul suo ordine interno. Per Teheran, il nucleare non può essere discusso sotto pressione militare: solo con la cessazione delle ostilità potrà riaprirsi il confronto sul resto. Per gli USA la sequenza è opposta: nessuna normalizzazione marittima può essere separata da impegni immediati sull’arricchimento, sullo stock di uranio e sul regime ispettivo. È in questa differenza che risiede il cuore politico della crisi. I Pasdaran non offrono soltanto la riapertura di una rotta marittima, ma cercano di ridurre la pressione sul Golfo per ottenere tempo politico e un maggiore margine negoziale.
Per la Repubblica islamica il nucleare rappresenta la deterrenza, il prestigio e soprattutto la garanzia di sopravvivenza del regime. Donald Trump, a sua volta, non chiede semplici rassicurazioni tecniche, ma pretende che l’Iran rinunci alla principale ambiguità strategica costruita negli ultimi decenni. L’iniziativa di Teheran va dunque letta come il tentativo di trasformare una vulnerabilità globale in capitale negoziale, dove Hormuz diventa la leva immediata perché tocca i mercati, gli alleati del Golfo e la sicurezza energetica internazionale. Il punto non è solo se lo Stretto verrà riaperto o se il negoziato riprenderà, ma chi imporrà la sequenza: prima la distensione marittima o prima le concessioni sul nucleare.
Per Washington e, con accenti ancora più rigidi, per Israele, queste dovrebbero includere limiti sostanziali all’arricchimento, ispezioni rafforzate e il trasferimento all’estero di parte del materiale già arricchito. Privato della propria deterrenza non convenzionale all’Iran rimarrebbe solo il comparto missilistico quale strumento effettivo di ritorsione: una linea che il regime considera difficilmente negoziabile. Se tale limite fosse rispettato, il paradosso sarebbe evidente. Dopo anni di guerre, sanzioni e crisi, si tornerebbe alla logica dell’accordo siglato da Obama e poi stracciato da Trump. In questo senso, il negoziato diventa un test sull’ordine del Golfo. Misura quanto Hormuz valga per Washington rispetto al nucleare, quanto sollievo economico Teheran possa ottenere senza concessioni immediate e se la sicurezza energetica possa ancora essere governata attraverso compromessi diplomatici. La lezione che unisce il Quincy, il Progetto Flower e la crisi attuale è che nel Golfo energia e sicurezza non sono mai state sfere separate. La differenza è che oggi l’intreccio tra energia e sicurezza non produce più stabilità, ma rivela la fragilità su cui si regge l’ordine del Golfo.




