L’Irlanda ha assunto il primo luglio la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea, e guardare all’«isola dei santi e degli studiosi» aiuta a capire la situazione del Vecchio Continente oggi.
Tra i successi della presidenza irlandese precedente a questa, nel primo semestre 2013, vi erano stati il rafforzamento del programma Erasmus e dei rapporti transatlantici tra Ue e Stati Uniti: poi nel giro di tre anni sarebbero arrivati, quasi contemporaneamente, il referendum per la Brexit e l’elezione di Donald Trump. Questi due eventi hanno cambiato il quadro continentale e globale, ma per certi versi l’Irlanda ha persino beneficiato di questi traumi.
L’accordo del Venerdì Santo del 1998 che mise fine al conflitto trentennale dei «troubles» è sopravvissuto alla Brexit, e il confine tra i due stati è oggi invisibile e poroso come pochi altri. Dublino parla e pensa sempre di più in termini di «shared Ireland», progettare per la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord insieme, senza però osare di immaginare una riunificazione formale che sarebbe costosissima vista la situazione economica depressa della parte dell’isola ancora nel Regno Unito. La popolazione irlandese continua a crescere via immigrazione e a tassi di fertilità che restano i più alti in Europa anche grazie agli immigrati: ma il numero degli abitanti (quasi cinque milioni e mezzo nella Repubblica, circa sette milioni in tutta l’isola) rimane inferiore rispetto a quello del censimento del 1841, prima della grande carestia (circa otto milioni).
d🇮🇪 🇪🇺 A new chapter starts today as Ireland takes over the Council presidency.
— EU Council (@EUCouncil) July 1, 2026
We look forward to the next six months!
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Per altri versi, l’Irlanda continua ad essere un caso problematico. Sia nella Repubblica sia nell’Irlanda del Nord, la questione immigrazione sta assumendo un ruolo politico che non aveva avuto finora anche grazie alla coscienza degli irlandesi di essere in occidente il popolo beneficiario per eccellenza del fenomeno migratorio e di non avere le credenziali per chiudere i porti di entrata. Ma le tensioni sono dovute anche al tipo particolare di immigrazione che contribuisce alla gentrificazione dei quartieri popolari delle città: come è stato scritto di recente l’Irlanda è più un sistema fiscale che uno stato.
La classe dirigente non è riuscita a rispondere alla domanda su come utilizzare la ricchezza che arriva in Irlanda dalle grandi compagnie (specialmente dagli Usa) attirate da una legislazione fatta apposta per loro. Per oltre un decennio, mentre il gettito fiscale derivante dalle imposte sulle società è cresciuto fino a raggiungere i 35 miliardi di euro - quasi la metà dei quali attribuibili a soltanto tre grandi aziende statunitensi nel 2025 - il paese si è comportato come se questa abbondanza fosse una caratteristica duratura dell’economia piuttosto che una fortuna di breve termine. Il surplus irlandese è pro capite il più alto dell’Ue, eppure il suo indice infrastrutturale è inferiore a quello della Polonia. Circa trentacinquemila laureati se ne sono andati nel 2025 a causa della gravissima crisi abitativa e dall’alto costo della vita. Anche l’Irlanda, come tutta l’Europa, sta diventando meno attraente e meno accogliente, non solo per gli immigrati ma anche per i giovani nati e cresciuti nel paese.

Alla base di tutto c’è la questione di cosa sia oggi l’Irlanda, da secoli al crocevia tra Inghilterra, Europa e Stati Uniti (con legami fortissimi con l’Australia e l’anglosfera delle ex colonie britanniche). Nel 2018 il governo aveva lanciato il progetto per una «global Ireland». Oggi è un paese che riflette nelle sue diversità il mondo globale: il censimento del 2022 parla di una comunità nazionale fatta di comunità provenienti da tutto il mondo. Non è più l’Irlanda dei missionari cattolici che costituivano, almeno fino agli anni Venti del secolo scorso, un impero religioso dentro l’impero britannico. Anche la sua chiesa cattolica, devastata dallo scandalo abusi e stretta tra un mondo religioso rurale pre-moderno e il «woke» post-religioso, affronta una fase di ricostruzione, in buona parte dipendente da clero e fedeli provenienti sempre più dal «global south».
Il non detto, nella coscienza irlandese oggi, è quello della dipendenza esistenziale dal sistema economico (e di difesa) americano e di quanto questa dipendenza possa coesistere con il progetto europeo. È una domanda per gli irlandesi e per tutti gli europei.




