Opinioni

Crisi e rincari: la guerra in Iran mette l’Africa all’angolo

L’esasperazione del conflitto potrebbe anche causare nuove tensioni nelle aree più calde del paese, rallentando gli aiuti umanitari
Oro nero, l'Africa dipende fortemente dall'importazione di prodotti petroliferi raffinati - © www.giornaledibrescia.it
Oro nero, l'Africa dipende fortemente dall'importazione di prodotti petroliferi raffinati - © www.giornaledibrescia.it
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«I raid di Israele e Usa sull’Iran violano il diritto internazionale».  Il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, è stato il primo leader africano a condannare l’attacco del 28 febbraio scorso. Mahmoud Ali Youssouf, presidente dell’Unione Africana, ha chiesto di privilegiare il dialogo per evitare «un’escalation pericolosa e molto preoccupante». Il presidente del Ciad, Mahamat Idriss Déby, ha espresso «compassione fraterna per l’Ayatollah Khamenei e per la popolazione iraniana». Il re del Marocco, Paese aderente agli Accordi di Abramo, ha denunciato gli attacchi dell’Iran agli Stati arabi.

Intanto, l’intera regione mediorientale è sprofondata nel caos con conseguenze a livello mondiale, soprattutto dal punto di vista economico-finanziario. Lo Stretto di Hormuz, un braccio di mare di circa 60 chilometri e largo 30, che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran - dove transita il 20% del greggio mondiale e flussi significativi di gas naturale liquefatto -, è stato chiuso. Alcuni colossi del trasporto marittimo, come la danese Maersk, hanno sospeso i traffici attraverso il Canale di Suez, dove passa tra il 12 e il 15% del commercio marittimo globale e circa il 30% del traffico container mondiale. Le ricadute sui Paesi dell’Africa sono pesanti. Il continente è ricco di petrolio, ma la materia prima esportata è quantitativamente inferiore rispetto all’importazione di prodotti petroliferi raffinati, di cui arrivano nel Continente oltre 120 milioni di tonnellate all’anno, per una spesa di circa 90 miliardi di dollari. In difficoltà il Marocco, che importa circa il 90% del proprio fabbisogno. L’Egitto, per tutelarsi, ha aumentato subito le tariffe interne dei carburanti. Meglio dovrebbe andare per Angola, Algeria e Libia che, essendo Paesi maggiormente esploratori, potranno trarre vantaggio dal rialzo delle quotazioni. Il primo dato, quindi, è che la guerra sta accentuando le differenze fra le economie africane.

Chiuse totalmente o parzialmente le due principali vie di collegamento tra Europa e Asia, gli armatori si sono visti costretti a ripristinare rotte alternative molto più lunghe, circumnavigando l’Africa. Ma doppiare il Capo di Buona Speranza significa dilatazione dei tempi, lievitazione dei costi – le superpetroliere sono arrivate a sfiorare i 200.000 dollari al giorno -, e ripercussioni sui prodotti finali, quindi bollette energetiche più salate, carburante alle stelle, prezzo in rialzo dei beni di prima necessità, perdita di valore della moneta locale, e impennata dell’inflazione. Secondo una nota dell’Ecowas, tutto questo mette a rischio la sicurezza alimentare del continente e impatta fortemente su bilanci nazionali già fragili. A questo si aggiunge la chiusura degli spazi aerei con la diminuzione dei viaggi di lavoro e l’interruzione del flusso di rimesse della diaspora che per molti Paesi africani restano ancora essenziali.

C’è, poi, un fronte legato alla sicurezza internazionale. In una guerra, dai contorni non chiari, non è così remota la possibilità che si cerchino nuovi alleati o si aprano nuovi fronti. In Africa esistono minoranze sciite, per lo più di origine libanese, e reti storicamente legate a Teheran, come il Movimento Islamico della Nigeria. L’escalation del conflitto potrebbe portare a un’esasperazione delle tensioni settarie o al riattivarsi di azioni per procura, nel tentativo di colpire interessi occidentali nel Continente. Senza contare che, mentre le potenze globali concentrano i loro sforzi nel Golfo, le crisi africane - dal Sudan al Sahel, fino all’est della Repubblica Democratica del Congo - rischiano di passare in secondo piano, uscendo dai radar mediatici ma, soprattutto subendo un ulteriore calo degli aiuti umanitari, indispensabili per un continente con 460 milioni di persone in condizioni di povertà estrema.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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