Opinioni

Crescere, noia da combattere e fatica del cambiar pelle

Diceva Freud: «Solo l’uomo insoddisfatto fantastica». Adesso è una condizione insopportabile, difficile da gestire
Quattro ragazzi in spiaggia
Quattro ragazzi in spiaggia
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A 13 anni quel ragazzo di Trescore Balneario scriveva: «Non posso più vivere una vita così». E poi aggiungeva: «Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere la noiosa routine». Ecco dove sta il malessere: è fuga dalla noia insopportabile, che bisogna interrompere in qualsiasi modo. Di certo è la dimensione dell’insoddisfazione, ma sembra diventata una condizione duratura e una specie di apatia che avvolge tutto e ti lascia l’incapacità di attendere.

Coincide, in adolescenza, con la sensazione di un tempo fermo dove non si attivano le energie per andare avanti. Il tedesco Langeweile, allude proprio al «tempo lungo» e lento che rende il quotidiano monotono, incolore o piatto. È un peso allora la noia, una fatica che aumenta quella del cambiar pelle e mostra tutta la difficoltà ad aspettare senza temere che non vi sia più nulla da fare e da dire. Per molti si fonde con la sensazione del vuoto che fa venire a mancare la speranza in un mondo sempre più senza futuro.

Crescere non è mai stato facile diceva, Donald Winnicott, grande conoscitore dello sviluppo. Sosteneva che è sempre stato un atto aggressivo, in quanto compito impegnativo nella ricerca di energie da spendere per le cose che fanno andare avanti. Impegni di ieri e di oggi ma anche di domani.

Ora però manca la noia che in passato era capace di attivare la creatività perché, diceva Freud: «Solo l’uomo insoddisfatto fantastica». Adesso è una condizione insopportabile, difficile da gestire, sentita pericolosa e bandita dagli adulti che amano vedere i figli operativi, efficienti, brillanti. È scomparsa dalla preadolescenza in poi come «luogo» dell’attesa e nessuno sa più stare con «gli occhi appesi al soffitto» che era l’espressione usata da un mio compagno negli anni del liceo per dire quel rimanere in ozio, distesi a guardare il cielo e sognare con occhi aperti.

Si guarda invece in modo incessante il telefonino che ha azzerato il desiderio e impoverita la voglia di esplorare il mondo con cui andare oltre il confine che adesso nessuno sa più indicare. Mancando questo sembra perdersi anche il corpo fisico divenuto «sottile», anzi invisibile e nascosto dai display dei device, imperanti senza sosta. Lì il corpo vive, ma in una dimensione virtuale, non reale, in cui la tecnologia permette di fargli fare tutto, senza limitazioni.

Un corpo più rappresentato che vissuto, proiettato nelle mille fisionomie degli avatar con cui si possono sperimentare esistenze diverse che lo smaterializzano e lo rendono evanescente. Il corpo degli adolescenti digitali, cresciuti oggi con la complicità pervasiva dei videogiochi, si è reso infinito e super, che sa e può fare tutto, ma non vive più di emozioni e sentimenti ed è in grado di comportamenti estremi e insieme devastanti. Soprattutto quando gli adulti che dovresti trovarli negli immediati dintorni della loro esistenza, hanno sguardi distanti e distratti, indifferenti oppure assenti.

Giuseppe Maiolo – Psicoanalista, Università di Trento

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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