Cosa è rimasto della classe media

Che fine ha fatto il ceto medio? Dov’è finito quell’insieme di persone e cittadini che per la sua dimensione consolidava il baricentro sociale, e spesso anche politico, del nostro Paese? Sono passati esattamente cinquant’anni da quando l’economista Paolo Sylos Labini pubblicò il «Saggio sulle classi sociali» e rivelò agli italiani che il rutilante boom economico del dopoguerra aveva portato metà della nostra popolazione in una sorta di «classe media» assai più articolata della «piccola borghesia» destinata – secondo il dogma marxista – a ruolo marginale nella lotta di classe. L’analisi era dirompente e smontava il mito della classe operaia, proprio nel bel mezzo di autunni sindacali caldi e derive extraparlamentari plumbee.
Il Pci si arrabbiò moltissimo con Sylos Labini, anche per le sue simpatie socialiste e riformiste, ma non si poteva non constatare che stava emergendo una nuova classe, più evoluta rispetto al contesto tradizionale italiano, che avvicinava la parte più specializzata delle tute blu ai colletti bianchi dell’allargata platea impiegatizia.
Il Censis di Giuseppe De Rita avrebbe poi registrato puntualmente la «cetomedizzazione» della società italiana. Che si allineava così agli altri Paesi benestanti. Sylos Labini poneva l’attenzione su questa nuova classificazione per studiare il suo ruolo nella costruzione di una società moderna. E seppe anticiparne più di un versante, a cominciare dalla sovrapposizione degli interessi: l’operaio è sì un lavoratore dipendente, ma spesso è anche un proprietario di casa, un risparmiatore, il genitore di uno studente... Insomma, non reggeva più l’etichetta del proletariato.
Il ceto medio ha dominato l’ultimo quarto del Novecento. E ora? Il sociologo Ilvo Diamanti, che con Innocenzo Cipolletta aveva ripubblicato dieci anni fa il saggio di Sylos Labini, in questi giorni ha tratteggiato una delle sue mappe affidandosi ad un sondaggio Demos. Risultato? Solo uno su cento si colloca nella fascia alta, il 12% in quella bassa. Metà esatta degli italiani, il 50%, si sente parte del ceto medio.
Gli altri fanno qualche significativa distinzione: l’8 % si colloca nella fascia medio-alta, mentre il 28% pensa di far parte della quota medio-bassa. La diversificazione rivela una sorta di frattura sulle fasce laterali della classe media che si era già manifestata con la crisi del 2008 e sembra destinata ad essere strutturale. La classe media descritta da Sylos Labini era disordinata nei suoi interessi, magari legata ad alleanze clientelari di varia forma, ma comunque era convinta che il proprio status fosse stabile, anche perché i redditi erano in crescita.
Forse era un’illusione, vista l’inflazione a due cifre di quegli anni, tuttavia quello era il sentimento diffuso. Oggi la classe media si sente assai meno solida. Constata che i suoi redditi vengono erosi dalla situazione generale. Ed è meno ottimista rispetto al futuro. Qui sta il problema, perché il ceto medio – spiega Diamanti – costituisce una sorta di spazio sociale di sicurezza. Importante per guardarsi intorno, per affrontare eventi sfavorevoli e nella speranza di tempi migliori. Ma va in crisi se si insinua il timore che basti un evento inatteso per scardinare tutto, se le prospettive sono poco rassicuranti.
Il ceto medio occidentale un tempo guardava alle élites come punto di riferimento cui tendere. Oggi invece pare non sfuggire alle sirene del populismo e in buona parte condivide il rancoroso risentimento proprio verso di esse. Perché? Un altro dossier internazionale ci può aiutare a scoprirne le ragioni. L’UBS Global Wealth Report 2024 registra che 60 milioni di persone al mondo hanno patrimoni da nababbi e che oltre 200 milioni vivono con patrimoni rilevanti.
Lo stesso report spiega che con la globalizzazione si è formata una nuova «classe agiata» composta da 500 milioni di persone che possono contare su uno standard nettamente più elevato della media dei loro Paesi. Sono il 6-7% della popolazione mondiale. Il sociologo Mauro Magatti la descrive come una sorta di «nazione virtuale» che vale quanto l’Unione Europea (450 milioni di abitanti) e più degli Stati Uniti (350 milioni).
Questo gruppo sociale costituisce una nuova borghesia, con però caratteri e valori diversi da quelli tradizionali. Si muove con logiche transnazionali. Non è esclusivamente occidentale, ma distintamente multiculturale e cosmopolita. Al suo interno stanno arabi e cinesi, russi e indonesiani. Non è legato all’industria e alla produzione, ma alla finanza. Ha un’etica individualista ed edonista. Non ha radici nazionali o territoriali, anche se il suo peso economico incide pesantemente sulle economie locali.
E i mercati guardano sempre più a questa nuova «nazione» piuttosto che al ceto medio dei singoli Paesi, ormai ritenuto in declino. Su queste divaricazioni crescenti di ricchezza crescono le tensioni e si gioca il futuro. Altro che distinguere tra medio-alto e medio-basso.
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