Lo sforzo collettivo mancato alla Cop30 per un futuro migliore

Monica Frassoni
Il Brasile aveva scelto un motto potente: mutirão, ovvero l’impegno un obiettivo comune. Ma nei negoziati non si è visto, e per spiegarlo basta un dato: tra i partecipanti c’erano 1.602 lobbisti delle fossili
La Cop30 in Brasile - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La Cop30 in Brasile - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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A Belém, in Brasile, a ridosso della foresta pluviale amazzonica, sabato 22 novembre si è conclusa la Cop30, un importante evento globale che avrebbe dovuto essere una grande «operazione verità» e ribadire che senza abbandonare i combustibili fossili, senza fermare la deforestazione e senza sostenere realmente i Paesi più vulnerabili e i settori sociali più fragili, non c'è un futuro sicuro per nessuno. Il Brasile aveva scelto un motto potente: mutirão, lo sforzo collettivo verso un obiettivo comune. Ma nei negoziati quello spirito non si è visto. Un dato spiega tutto: 1.602 lobbisti delle fossili accreditati, uno ogni 25 delegati, 17 dei quali italiani. Le popolazioni indigene, oltre 3.000 presenti, sono state ammesse solo in 360 nell’area decisionale.

Tre blocchi si sono confrontati. Il primo, guidato da Arabia Saudita e Russia, con l’appoggio dell’India, ha sfruttato la regola del consenso per bloccare ogni riferimento a una roadmap globale per abbandonare i combustibili fossili - inclusa la proposta di Lula, improvvisa e non preparata diplomaticamente. Hanno persino messo in discussione il lavoro dell’Ipcc.

Il fronte «ambizioso», composto da Ue, alcuni Paesi latinoamericani come la Colombia e vari Stati vulnerabili, chiedeva obiettivi chiari sull’uscita dai fossili. L’Ue è partita timidamente sui finanziamenti e divisa sull’uscita dai fossili, ma ha sostenuto iniziative importanti: dalla «Belem Roadmap per restare sotto l’1,5°», all’Acceleratore globale per l’attuazione dei piani nazionali, fino alla Conferenza sul Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili prevista in Colombia nel 2026. Ha inoltre accettato – dopo esitazioni – il nuovo Belem Action Mechanism per una transizione equa, che dovrebbe diventare operativo alla Cop31.

Il terzo blocco, quello dei Paesi più vulnerabili e delle popolazioni indigene, ha chiesto ciò che serve subito: riduzione rapida delle emissioni e finanziamenti immediati per l’adattamento. In cambio ha ottenuto impegni per il 2035: triplicare i fondi per l’adattamento, almeno 300 miliardi l’anno dai Paesi ricchi, parte dell’obiettivo complessivo di 1,3 trilioni già concordato in principio.

Passi avanti, sì, ma troppo lenti: dove saremo tra dieci anni? La Cina, pur essendo ormai una potenza della tecnologia verde e aspirando a guidare il Sud globale, è rimasta defilata sia sui fossili sia sul finanziamento climatico: in fondo per vendere la sua Green tech non ritiene di avere bisogno di un quadro legale globale. Una nota particolarmente negativa riguarda l’Italia: arrivata a Belém per promuovere gas «pulito», nucleare e biocarburanti, ha per la prima volta tentato di ostacolare la posizione comune dell’Ue sull’eliminazione graduale dei combustibili fossili.

Sul fronte deforestazione, il risultato è stato altrettanto deludente: nessuna roadmap, nessun nuovo obbligo, nemmeno un sistema di monitoraggio più rigoroso, nonostante il supporto di oltre 90 paesi per fermare e invertire la deforestazione entro il 2030. E proprio mentre l’Ue sta frenando sulla sua legge innovativa, come si è visto dal voto di oggi a Strasburgo che ne ha rinviato l’applicazione di un anno. Il vero mutirão si è visto fuori dalle sale: giovani, movimenti sociali e comunità indigene hanno riportato energia e speranza, dopo tre Cop in Paesi non democratici (Egitto, Emirati, Azerbaigian). Ma il loro peso resta limitato nei negoziati a causa delle procedure di decisione della Cop: insomma chi ha causato la crisi sta nella stanza dei bottoni, mentre chi la subisce resta fuori.

Persone indigene in protesta a Belem - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Persone indigene in protesta a Belem - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

E questo rende ancora più interessante ciò che accadrà alla prossima Cop31: si terrà ad Ankara, in Turchia, un paese in cui una parte significativa dell’opposizione democratica è in carcere, ma sarà presieduta dall’Australia, una democrazia solida e aperta. Quale spazio avrà la società civile in questo contesto così contraddittorio?

In conclusione, la Cop30 brasiliana ha promesso molto e mantenuto poco. In un mondo polarizzato, forse era inevitabile ottenere risultati limitati, ma il semplice continuare a negoziare non basta più. Molti osservatori ritengono che il futuro dell’azione climatica sarà meno «globale» e più basato su coalizioni di Stati e regioni, sostenute da una società civile più forte. Se il movimento climatico saprà riconquistare spazio pubblico collegando riduzione delle emissioni, adattamento e giustizia sociale - e se Ue e alleati manterranno davvero le loro promesse - allora scelte più coraggiose saranno possibili. Perché la scienza ci mostra la realtà, le imprese e la ricerca offrono soluzioni concrete, ma solo la politica può trasformarle in decisioni efficaci. E il problema è che oggi gran parte della politica non sembra né disposta né interessata a farlo.

Monica Frassoni, presidente Alleanza Europea per il Risparmio energetico

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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