Opinioni

Cop30 dall’Amazzonia, tra luci non banali e ombre costanti

Il summit ambientale che si è tenuto a Belem evidenzia qualche passo avanti e alcune lentezze sulla traiettoria di contrasto al climate change globale
Luciano Pilotti

Luciano Pilotti

Editorialista

Una manifestazione a Belem: persone indigene chiedono giustizia ambientale per la loro terra - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una manifestazione a Belem: persone indigene chiedono giustizia ambientale per la loro terra - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Dalle porte dell’Amazzonia la Cop30 (10-21 novembre 2025) evidenzia qualche passo avanti e alcune lentezze sulla traiettoria di contrasto al climate change globale. Tra i passi avanti notiamo la visibilità e protagonismo del Sud globale nella salvaguardia della biodiversità tropicale al servizio del mondo intero da un luogo simbolo. Da Belèm, città con vista sulle foreste pluviali, la difesa della biodiversità e dei diritti dei popoli indigeni diventa tema strategico, eppure ancora simbolico.

Più concreto tra i passi avanti il lancio del fondo di investimento con il titolo evocativo di Tropical Forest Forever Facility: un fondo «ibrido» da 125 miliardi di dollari per incentivare la conservazione delle foreste tropicali. Inoltre, il tema dell’adattamento e della giustizia climatica sono presi più sul serio, con maggiore attenzione a fame, povertà e comunità vulnerabili. Utile pure la maggiore attenzione rivolta a gas come il metano e alle pratiche per ridurlo, soprattutto con una nuova «coalizione» di Paesi che puntano a ridurne le emissioni nel settore dei combustibili fossili (flaring, venting) entro il 2030. Da considerare una delle leve «win-win», relativamente rapida da implementare e con benefici a breve anche sulla salute.

Immagini dalla Cop30 in Brasile
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Immagini dalla Cop30 in Brasile

Tra i fattori negativi, già presenti nel richiamo di «verità» di Antonio Guterres in apertura di Cop30, il mancato rispetto dell’obiettivo dell’1,5°C quale «sospensione morale e negligenza mortale» visto l’anno tra i più caldi mai registrati, con catene di eventi estremi ripetuti e perdita di ghiaccio nelle calotte e perdita di spessore ed estensione nei ghiacciai con innalzamento dei mari che colpisce soprattutto Paesi già in povertà, accrescendo le diseguaglianze.

Dunque, siamo ancora alla contrazione del livello di ambizione nella lotta al climate change con ritmi ancora troppo lenti con nazioni che rallentano o rinunciano a mettere in campo piani robusti di riduzione delle emissioni e compatibili con 1,5°C. Le misure sul metano, pur interessanti, restano volontarie e coprono solo una parte degli attori principali di emissione (Cina, India, Russia poco coinvolti e Usa in una paralizzante «incertezza da inversione di marcia»). È chiaro che il passaggio «oltre» (se e di quanto?) i combustibili fossili è ancora il nodo più difficile e infatti rimangono ambigui gli accordi raggiunti (buon ultimo il Global Mutirao sottoscritto ieri sera), come dimostra il fatto che sia stato definito come «spinoso», affermandone la fragilità.

Da non sottovalutare peraltro gli impatti di eventi misteriosi come l’incendio nel padiglione «Zona Blu» della Cop con relativa evacuazione e interruzione dei lavori, segnalando problemi organizzativi e infrastrutturali che non testimoniano di «credibilità e fiducia» e che possono migliorare. Confermate dalla presenza di proteste delle comunità indigene e dunque di tensioni sociali che indicano la debolezza della partecipazione e dei risultati raggiunti di giustizia climatica. Proteste che si giustappongono peraltro ai rischi di «green washing» espressi dalla presenza non banale di lobbisti dei combustibili fossili (1/25 partecipanti), minando la fiducia nell’efficacia delle negoziazioni.

Cop30: la Marcia globale per il clima
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Cop30: la Marcia globale per il clima

Allora, in conclusione, possiamo dire che il compromesso atteso tra sviluppo economico, protezione ambientale e interessi nazionali resta difficile da tradurre in regole vincolanti. Dunque, la Cop30 se segna un incremento qualitativo da una parte con maggiore attenzione a temi come foreste, giustizia climatica, metano, Sud globale. Dall’altra, al contempo resta una mancanza quantitativa: gli accordi vincolanti e l’ambizione globale necessaria non sono ancora stati raggiunti. Stiamo cioè, migliorando il «come» e il «dove» (guardando a più inclusione, più Sud, più temi connessi ai gas), ma non ancora il «quanto» (quanto taglio alle emissioni, quanto rapida la gestione del cambiamento).

L’Ue in cooperazione con altri grandi attori di emissione come la Cina dichiara l’aggiornamento (positivo) degli impegni (Ndc) per il 2035 con copertura di tutti i settori e gas serra, ma restano da definire le politiche nazionali in dettaglio che impongono ai parlamenti impegni scritti e misure legislative e regolamentari robuste (gas serra, carburanti e biochimica di questi, industria e auto in particolare). Qui avremo le maggiori resistenze vista anche la posizione di «retromarcia» avviata su questi temi dagli Usa. Il gap tra azione e impegno resta ampio anche per i meccanismi complessi di attuazione (governance, trasparenza, integrità) tutti da migliorare.

Luciano Pilotti, Dipartimento di Scienze e politiche ambientali, Università Studi Milano

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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