Il controllo del voto, la nuova strategia di Trump

Il presidente Usa torna a invocare una «nazionalizzazione» del processo elettorale, chiedendo di portare sotto il controllo federale le procedure di voto in quindici non meglio specificati Stati
Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Donald Trump torna a invocare una «nazionalizzazione» del processo elettorale, chiedendo di portare sotto il controllo federale le procedure di voto in quindici non meglio specificati Stati. Non indica con precisione in che cosa debba consistere questa «nazionalizzazione», in contrasto peraltro con la Costituzione che assegna agli Stati le competenze in materia (con la possibilità per il Congresso, e non per il presidente, di modificarle).

L’obiettivo è però chiaro così come gli strumenti da utilizzarsi, dettagliati peraltro in un ordine esecutivo del marzo 2025 poi prontamente impugnato dalle Corti. Si vogliono introdurre meccanismi che riducono la possibilità di forme alternative al voto in presenza nella giornata elettorale, come il voto anticipato o quello postale; e si intende introdurre criteri più stringenti di controllo dell’identità dei votanti, chiedendo loro di mostrare un passaporto o un certificato di cittadinanza. Sostenendo che in assenza di queste misure, le frodi elettorali sono certe e diffuse, e che a beneficiarne sarebbero i democratici.

A noi europei alcuni di questi provvedimenti non paiono illogici. Nel contesto statunitense il loro impatto può essere però devastante. Da tradizione, codificata negli anni Quaranta dell’Ottocento, le elezioni federali si tengono nel martedì successivo al primo lunedì di novembre. Giorno feriale, quindi, dove per chi lavora è più difficile votare, a maggior ragione in contesti nei quali – per assenza di risorse o, talora, disegno deliberato – i seggi elettorali sono pochi e si deve talora rimanere in fila per ore e ore.

Tutti gli Stati con l’eccezione del Nord Dakota hanno registri elettorali regolarmente aggiornati e verificati, laddove più di metà dei cittadini americani – in particolare giovani o membri di minoranze – non possiede un passaporto e molte donne che hanno cambiato il cognome dopo il matrimonio si possono ritrovare con un certificato di nascita che non corrisponde a quello dei documenti ottenuti dopo essersi sposate. Introdurre i criteri previsti dall’ordine esecutivo di Trump o limitare le alternative al voto in presenza rischiano in altre parole di sottrarre la possibilità di esercitare un diritto fondamentale a milioni di americani.

Trump e i repubblicani sono mossi nel loro agire da una convinzione e da un timore. La convinzione, largamente diffusa tra l’elettorato Maga, è che il processo elettorale negli Usa sia pesantemente inquinato; che molti immigrati presenti illegalmente sul territorio statunitense votino, e votino democratico, senza averne il diritto; che Trump possa essere sconfitto solo con pesanti frodi elettorali, come nel caso della «vittoria rubata» del 2020.

Sono, queste, convinzioni infondate: teorie cospirative smentite da mille studi, analisi e, anche, riconteggi, inclusi quelli promossi e finanziati dagli stessi repubblicani (come nel caso di un riesame del voto del 2020 in Arizona, voluto dai repubblicani e svolto senza il coinvolgimento delle autorità statali, al termine del quale risultò che gli errori, fisiologici, nello scrutinio erano stati minimi e avevano in ultimo tolto 360 voti a Biden).

Supporter di Trump durante l'assalto al Congresso Usa il 6 gennaio 2021 - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Supporter di Trump durante l'assalto al Congresso Usa il 6 gennaio 2021 - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

La paura è ovviamente quella di subire una pesante sconfitta al mid-term di novembre. Da qui ad allora, molto, moltissimo può accadere. La decrescente popolarità di Trump, l’ostilità a molte sue politiche, il potenziale sfaldarsi della coalizione che lo aveva portato alla vittoria nel 2024 (con la perdita del voto di molti ispanici) e la mobilitazione dei democratici lasciano però presagire un ciclo elettorale sfavorevole al presidente e al suo partito.

Che rischiano di perdere la Camera dei Rappresentanti e, in caso di larga sconfitta, lo stesso Senato. In una tornata fondamentale anche a livello statale, visto che si voterà per ben 36 governatori e 88 delle 99 Camere statali. Se vi sarà una sconfitta, Trump ha già dichiarato, sarà però solo a causa di irregolarità nelle operazioni di voto. Da prevenirsi adottando forme di controllo, e in realtà ostruzione, del voto come quelle prospettate nei suoi recenti interventi, definite nel suo ordine esecutivo e già adottate da alcuni Stati repubblicani.

Mario Del Pero – Docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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