La nuova dottrina Trump e l’Europa come nemico

Il vecchio continente per il presidente statunitense non è più considerato un soggetto subalterno, bensì un avversario, se non addirittura qualcosa di più
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Shawn Thew © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Shawn Thew © www.giornaledibrescia.it
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Prima la nuova dottrina di sicurezza nazionale (la National Security Strategy, NSS), poi l’intervista di Trump alla rivista «Politico». A rimarcare che l’Europa – intesa come UE e come progetto di unione continentale – non è solo, e più, soggetto subalterno e dipendente entro una relazione patentemente squilibrata e asimmetrica come quella transatlantica. Ma che è ormai considerata avversario se non addirittura nemico degli Stati Uniti, tanto ideologicamente quanto politicamente.

Da un lato, il suo modello d’integrazione sovranazionale e la sua asserita identità post-nazionale e cosmopolita rappresentano l’antitesi, concettuale e ideale, del ruvido sovranismo razziale della destra trumpiana. Dall’altro le sue politiche minacciano di toccare specifici interessi statunitensi, oggi legatissimi all’amministrazione di Donald Trump, a partire da quei giganti e piattaforme digitali ostili ai tentativi di regolamentarne le attività, intaccarne i privilegi monopolistici e sanzionarne le (frequenti) infrazioni.

Quello cui stiamo assistendo è una forma d’ingerenza palese negli affari europei, esplicitamente evocata nella NSS, laddove si enfatizza la necessità per gli Usa di sostenere i propri alleati «patriottici» nel vecchio continente, e in tante dichiarazioni di Trump, del vicepresidente J.D. Vance e di altri membri dell’amministrazione. Che sembrano voler proiettare sul più ampio spazio nordatlantico le categorie proprie di un modello identitario – statunitense e occidentale – razziale e suprematista: fondamentalmente bianco e cristiano (in uno dei tanti passaggi bizzarri ed estremi della NSS si asserisce – non si capisce bene sulla base di quali proiezioni demografiche e concetti di europeità – che alcuni paesi della Nato starebbero diventando «non europei» e che questo potrebbe modificare il modo in cui «considereranno il loro posto nel mondo»).

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it

Il pluralismo, l’apertura, la diversità delle società europee si trasformano così in dimostrazione di una loro inarrestabile decadenza di «civiltà», altra problematica categoria che ricorre più volte nella NSS. L’ostilità ideologica si combina appunto con quella politica. Su quest’ultimo aspetto, gli obiettivi dell’amministrazione repubblicana sono chiari e non dissimulati. Il principale è lo sgretolamento di un’Unione Europea che – con le sue regole e la sua politica commerciale comune – preserva sulla carta una forza negoziale, minaccia interessi concreti e rischia di costituire un modello normativo che altri, dall’Indonesia al Brasile, potrebbero imitare. Le pressioni e le minacce, come abbiamo visto con i dazi o sull’Ucraina, a questo servono.

Ancor più efficace, sulla carta, è però erodere dall’interno il progetto europeo. Facendo leva su forze politiche e su governi ideologicamente affini, da Orban a Meloni, dall’AfD tedesca al Rassemblement national francese. E sfruttando l’inconsistenza della leadership della UE e la crisi patente dello storico motore del processo di costruzione europeo rappresentato dall’asse franco-tedesco.

L’UE e i governi europeisti del vecchio continente hanno finora cercato di attutire l’urto, moderare le ruvidezze trumpiane e guadagnare tempo. Lo si è visto sui dazi, con il compromesso tutto sommato accettabile del 15%; e lo si è visto sulle spese per la Difesa, con l’impegno – assai cosmetico e comunque dilazionato – a portarle al 5% del PIL. In parallelo, si lusinga il Presidente americano con quella piaggeria che tanto gli piace, e nella quale si è distinto soprattutto il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte. E si spera che la nottata prima o poi passi. Esprimendo però una fragilità e una arrendevolezza che al di là dei risultati spiccioli ottenuti sul breve periodo, rischiano anch’esse di erodere la legittimità e l’appeal ultimo del progetto europeo.

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