Lo chiamano «child» penalty ed è l’impatto che la genitorialità ha su uomini e donne. È un fenomeno universale, perché in quasi tutti i Paesi del mondo la nascita del primo figlio ha effetti negativi sull’occupazione femminile, ma l’entità della penalizzazione varia sensibilmente da nazione a nazione, riflettendo lo sviluppo economico, ma soprattutto le politiche di welfare di ciascun Paese.
Ed è sicuramente su questo, considerate le statistiche, che in Italia bisognerebbe iniziare ad investire concretamente, per evitare che una mamma sia costretta a decidere tra lavoro e famiglia. La conciliazione del resto, per molte, rimane un miraggio.
Quando manca la disponibilità dei nonni (peraltro sempre più anziani) o i posti all’asilo nido non bastano per tutti come si fa? Se poi si pensa ai costi dei servizi, i primi anni sono un salasso. Se la retta del nido si mangia quasi tutto lo stipendio la scelta di dedicarsi all’accudimento è quasi scontata di fronte alla prospettiva di salti mortali alla prima influenza o agli innumerevoli imprevisti.
La flessibilità non è la soluzione, ma certo un bell’aiuto. Però quante aziende oggi sono davvero disponibili ad assecondare le esigenze di una mamma, senza timori ne pregiudizi?
Il nostro Paese sta attraversando un inverno demografico senza precedenti ed ogni lavoratrice mamma contribuisce non solo al bilancio della sua famiglia, ma alla ricchezza della comunità in cui vive, alla crescita dell’organizzazione in cui opera e allo sviluppo economico dell’intero Paese. Eppure pare siano in pochi a rendersene conto.
C’è tanta strada da fare ancora. E ce ne sarà finché ad ogni donna non sarà concesso non solo di tenersi il lavoro dopo la nascita di un figlio, ma, possibilmente, anche di fare carriera. Al pari del compagno, o del collega.




